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Spettacolo

Francesco De Gregori: “Rimmel semiclandestina. La musica di oggi mi spinge a una riflessione”

Francesco De Gregori: “Rimmel semiclandestina. La musica di oggi mi spinge a una riflessione”. Francesco De Gregori su Rimmel, la musica di oggi, e non solo. Il cantautore romano, 74 anni, celebra con un tour il suo brano che compie 50 anni. Ne parla in una intervista a ‘La Repubblica’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

Cinquant’anni fa, nel 1975, usciva ‘Rimmel’, un album destinato a diventare una pietra miliare della musica italiana, capace di attraversare le generazioni e passare letteralmente di padre in figlio. Oggi, in occasione di questo anniversario, l’artista ha deciso di dedicargli un tour celebrativo intitolato ‘Rimmel 2025’, che partirà entro l’autunno. Alla domanda se questa scelta sia una forma di autocelebrazione, risponde con un sorriso: «Oddio, detta così mi suona male. Preferirei chiamarla una festa di compleanno, qualcosa di più casareccio e meno impegnativo. Certo, ricordare una cifra tonda così ingombrante servirà ad attirare l’attenzione del pubblico sulle prossime date ma non ci trovo niente di male, alla fine più gente viene e più sono contenti tutti. Però mi sembra interessante notare un’altra cosa».

Francesco De Gregori: “La musica di oggi mi spinge a una riflessione”

Da qui nasce una riflessione più ampia sulla musica contemporanea e sulla nostalgia che sembra permeare l’interesse per quella del passato. L’artista si interroga: «Non sarà che tutta questa attenzione suscitata dalla musica del passato sia dovuta anche a un’eccessiva “liquidità” della musica di oggi?». Alla provocazione segue un chiarimento, che non vuole suonare come un rimpianto nostalgico: «Ogni tanto sento qualcosa che mi piace ma le canzoni che uscivano in quegli anni in Italia e all’estero non sono paragonabili a quello che si sente oggi: non è un caso che siano durate nel tempo. Non voglio sembrare giurassico, ma trovo più musica in un disco dei Pink Floyd o di Pino Daniele che non in un pomeriggio passato a sentire le radio o nella puntata di un talent show. Fatte salve naturalmente le dovute eccezioni».

Tra queste eccezioni, cita un’esibizione in particolare: «Mi è piaciuto molto Ghali al Festival di Sanremo di due anni fa, poi naturalmente me ne piacciono anche altri ma mi sembra antipatico fare un elenco. Direi che, in generale, il rap o la trap non rientrano dei miei gusti, è anche inevitabilmente una questione di anagrafe. E nemmeno il pop. Però, a parte i generi musicali, trovo che ci sia ormai un conformismo sonoro che mi manda ai matti. Sento sempre dietro gli artisti la mano implacabile del produttore, tutti allineati sugli stessi suoni, gli autori quasi sempre gli stessi, le voci appiattite da un uso esagerato dell’autotune…».

Nonostante ciò, riconosce che esiste una produzione musicale indipendente che cerca di sfuggire a questi schemi. Ma, precisa: «Certo, quando è davvero indipendente sì: ma spesso l’etichetta “indie” è una copertura. Gli artisti veramente non allineati li conosco, esistono, ma trovano molta difficoltà a lavorare. Non mi sembra che le case discografiche o le radio o i promoter abbiano voglia di incoraggiare le novità o le stranezze. Lavorano più che altro su certezze consolidate. Siamo sicuri che, se oggi arrivasse uno come Enzo Jannacci, gli farebbero fare un disco?».

Francesco De Gregori: “Rimmel semiclandestina”

Tornando all’origine di ‘Rimmel’, ricorda con affetto e un po’ di ironia il contesto in cui nacque: «In un enorme studio della Rca di Roma che veniva usato per registrare le orchestre di musica classica. Era considerato poco adatto alla musica pop e nessuno voleva usarlo. Io mi ci ritrovai dentro proprio per questo, perché il disco venne registrato in maniera semiclandestina e quello studio era sempre libero e potevo infilarmici senza dare troppo nell’occhio».

Il termine “semiclandestina” non è scelto a caso, e lui ne spiega il significato: «I miei produttori di allora pensavano che un cantautore dovesse fare un disco solo con la chitarra per corrispondere all’immagine romantica dell’artista solitario e vagabondo. Io, invece, sentivo che le nuove canzoni andavano suonate con un gruppo e allora, senza dare nell’occhio, avevo chiamato dei musicisti che bazzicavano gli studi cominciando a registrare senza dire niente ai miei capi, i quali all’inizio si arrabbiarono anche parecchio. Può sembrare incredibile, ma la Rca era come un grande ministero dove è sempre facile che qualcuno possa nascondersi. E così andò».

Le canzoni di quel disco sono nate in momenti diversi e luoghi differenti. Racconta: «’Buonanotte fiorellino’ l’avevo scritta mentre stavo in Sardegna con Fabrizio De André a lavorare al suo disco ‘Volume 8’, ‘Rimmel’ la scrissi metà nei camerini di uno studio televisivo a Milano e l’altra metà sempre a Milano, credo in una stanza d’albergo. Le altre non mi ricordo esattamente quando né dove, ma di certo dovevo essere molto ispirato. Mi chiedo spesso come mi siano venute, dove io abbia trovato quella capacità espressiva, quel linguaggio così strano per quei tempi. E poi avevo solo 23 anni, nemmeno pensavo che avrei continuato a fare il musicista. Però attraversavo uno stato di grazia che adesso mi stupisce».

Francesco De Gregori: “Incidenti al Palalido? Vi racconto”

Non mancano, nel suo racconto, momenti più dolorosi, come gli incidenti al Palalido di Milano nel 1976, quando fu duramente contestato dai gruppi di autonomia operaia. «In parte forse sì, ma fondamentalmente quello fu solo uno dei tanti episodi che si registravano nei concerti di allora e che avvenivano in parallelo a fatti di vero e proprio terrorismo, scontri di piazza, gambizzazioni, omicidi. Solo che la mia fu più grave di altre contestazioni analoghe perché quella sera si andò oltre. Venni minacciato fisicamente e subii a tutti gli effetti un sequestro di persona: il famoso “processo proletario”. Oggi che è passato tanto tempo lo definirei come qualcosa a metà fra un’aggressione squadrista e una serata futurista».

A distanza di anni, il ricordo resta vivo. «[…] Certo che per me fu un disastro sia dal punto di vista psicologico che da quello professionale perché dovetti interrompere la tournée promozionale del nuovo album ‘Bufalo Bill’, che era appena uscito, e le vendite ne risentirono. Oggi mi dà fastidio il fatto che in tanti anni trascorsi non ci sia stata una, fra quel centinaio di persone, che mi abbia cercato per spiegarsi o magari chiedermi scusa. Eppure, non è difficile trovarmi. Mi consolo pensando che le canzoni che cantavo quella sera hanno ancora un senso oggi, mentre le farneticazioni di quelli che mi contestavano sono archeologia».

Francesco De Gregori: “Io comunista e non ne facevo un mistero”

Nel corso dell’intervista a Luca Valtorta, emerge anche la sua posizione politica di allora, senza giri di parole: «Tutti i giovani erano di sinistra allora, tranne quei pochi di destra. Io votavo per il Pci e non ne facevo mistero, ma già questo per molti era una pericolosa deriva borghese. Non dimentichiamo che mancava un anno alla contestazione a Luciano Lama all’Università di Roma e poco più di due al sequestro Moro. Quelli erano i tempi e io ci stavo dentro».

Sui discorsi politici, che preferirebbe non trattare, risponde con ironia e lucidità: «E ha fatto bene: i giornalisti piuttosto dovrebbero andare dai politici a fargli domande sulla musica, chiedergli ad esempio perché, al contrario di cinema e teatro, il nostro mondo non gode di sovvenzioni pubbliche o di incentivi fiscali».

Sul mondo contemporaneo, invece, mantiene un atteggiamento prudente e riflessivo: «Molti artisti amano schierarsi pubblicamente, farsi portavoce di qualcosa, e io li rispetto. Ma a volte c’è troppa superficialità. Oggi basta che dal palco dici qualcosa contro Trump e scatta l’applauso. Ma io chi sono per dare la linea? Il mondo è più complesso di quello che vogliamo credere o far credere e non voglio influenzare la gente, facendo leva sulla mia dimensione pubblica. Dividere il bene dal male è sempre più difficile. E io, come dice Dylan e prima di lui Walt Whitman, “contengo moltitudini”: non ho un pensiero unico, e mi va bene così».

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