Francesca Mannocchi: “Guerra in Ucraina diversa per un aspetto. L’errore dell’Occidente è sempre lo stesso in tutte le guerre”. Francesca Mannocchi sulla guerra in Ucraina, gli errori dell’Occidente, e non solo. La giornalista, scrittrice e regista romana, 43 anni, ne parla in una intervista rilasciata a ‘Io Donna’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Riparte Propaganda Live, il programma di La7 in cui la giornalista presenta i suoi reportage dai fronti caldi del mondo. Raccontando il suo percorso, spiega come la televisione sia entrata nel suo DNA professionale: “Nel mio percorso alcune cose sono accadute per scelta, altre per caso. Avevo lavorato con Milena Gabanelli a Report, poi con Corrado Formigli nella prima stagione di Piazza Pulita. Esperienze estremamente formative senza le quali non sarei la freelance che sono oggi. Nel 2013 l’incontro con la Libia postrivoluzionaria mi ha cambiato la vita, volevo continuare a fare televisione, ma a modo mio, senza subire i ritmi della redazione. L’unico tempo a cui volevo ubbidire era quello della scoperta. Poi c’è stata la grande crisi migratoria e la guerra che ha segnato la mia generazione: l’offensiva della coalizione internazionale contro l’Isis, un fenomeno che abbiamo considerato sconfitto e dal quale ci siamo colpevolmente distratti, ma che ha segnato fortemente il destino di quello che ancora ci ostiniamo a chiamare Medio Oriente”.
Francesca Mannocchi: “Guerra in Ucraina diversa per un aspetto”
Ripensando a distanza di più di dieci anni a quella guerra e occupandosi oggi di conflitti contemporanei, riflette sui cambiamenti avvenuti: “Se penso alla Siria, mi rendo conto che abbiamo raccontato le guerre nei momenti in cui la marea era alta, con le immagini tragiche dei prigionieri o dei giornalisti decapitati e le notizie delle donne considerate streghe e lanciate dai terrazzi di Mosul o di Raqqa. L’abbiamo considerato un capitolo chiuso e la storia degli ultimi decenni ci insegna che quando l’Occidente considera qualcosa una missione compiuta è preludio del disastro successivo. La guerra all’Isis ci sembrava una guerra che accadeva lontano nel tempo e nello spazio, mentre quella che ci è venuta a bussare alle porte di casa è stata inevitabilmente l’Ucraina e questo conflitto ci sta insegnando che le guerre bisogna continuare a raccontarle anche e soprattutto quando sembrano concluse”.
Parlando della sua esperienza in Ucraina, racconta le sensazioni provate: “Per me è stato il primo conflitto geograficamente distante da quelli che avevo raccontato fino a quel momento e il primo così vicino a casa. Contro ogni ipocrisia, l’effetto di vedere delle vittime molto simili a noi è qualcosa che narrativamente ed emotivamente segna in maniera diversa, non di più o meno, ma diversa. Per anni tornando dai luoghi che raccontavo pensavo che la vita che conducevo qui dovesse essere in continuità con la vita là. Sbagliavo, ho impiegato del tempo a correggermi. La frustrazione di non riuscire a provocare un cambiamento attraverso la propria testimonianza è molto profonda, ma allo stesso tempo oggi so che per raccontare i dolori del mondo bisogna essere in asse, in contatto con la parte più vitale di noi stessi. Tutte le persone che incontriamo nelle situazioni di criticità in fondo vogliono solo riappropriarsi delle proprie vite e tornare alla normalità”.
Francesca Mannocchi: “L’errore dell’Occidente è sempre lo stesso in tutte le guerre”
Tra i cambiamenti che hanno segnato la sua vita vi è stata anche la scoperta della malattia, alla quale ha dedicato il libro Bianco è il colore del danno, pubblicato da Einaudi: “Quando mi è stata diagnosticata la sclerosi, come capita a tutti i malati, mi sono molto arrabbiata. Oggi devo ammettere che la malattia è uno strumento di comprensione dell’imprevedibile e, se è vero che è questo il motore di ogni vita, lo è molto di più per chi ha una malattia, vive in guerra, migra o subisce gli effetti delle gravi crisi climatiche. Sono vite sedute sull’imponderabile. Penso che l’esperienza della malattia mi aiuti a raccontare meglio l’incertezza dei destini degli altri”.
Riguardo alla malattia, sottolinea come essa sia diventata anche un manifesto politico: “Sono nata quando il servizio sanitario nazionale esisteva già, non ho memoria di un’Italia in cui le cure non fossero gratuite per tutti, almeno sulla carta. Abbiamo una Costituzione che leggiamo troppo poco e che ci ricorda che la cura è un diritto e tutti dobbiamo contribuire al bene comune in maniera proporzionale, solo così possiamo andare a scuola, usufruire degli ospedali, prendere i treni e gli autobus. Se questi diritti restano solo su carta è un problema, ma è un problema anche se li diamo per scontati. Ci siamo abituati al fatto che la sanità pubblica è un percorso a ostacoli: se un cittadino chiede un appuntamento per una risonanza magnetica non può averlo dopo sei mesi o trovare normale andare in un’altra città. È inevitabilmente una battaglia politica”.
Francesca Mannocchi: “A Propaganda Live libera di fare cose che altrove non potrei fare”
Infine, riflette sulla sua esposizione mediatica e sul modo in cui questa abbia inciso nel suo percorso giornalistico: “Mi sono chiesta: perché le persone sono così colpite dal racconto del dolore del mondo? Non credo sia importante chi lo promuove, ma è il racconto stesso che interessa. Propaganda Live è un contenitore atipico, mi consente di fare qualcosa che in televisione di solito non si fa, cioè raccontare con un tempo lungo e con una purezza linguistica in cui credo. Senza la mia voce, senza doppiaggi con i sottotitoli, gli spettatori si trovano di fronte alla realtà per quella che è, con la voce degli intervistati, con i loro sospiri. Forse c’è sempre più bisogno di contenuti ruvidi, aspri, crudeli. Le persone hanno bisogno di stare nel tempo in cui vivono e non di subire racconti edulcorati”.
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