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Il piano della Juventus per fare il cosplay del Napoli: Giuntoli e Spalletti a rate. E Osimhen resta un sogno

Il piano della Juventus per fare il cosplay del Napoli: Giuntoli e Spalletti a rate. E Osimhen resta un sogno. Adesso è ufficiale: a Torino, per un paio d’anni, hanno pensato di fare cosplay del Napoli. E non di un Napoli qualsiasi, ma proprio di quello che aveva appena scritto la storia con uno scudetto dopo 33 lunghi anni. Il piano era semplice, quasi commovente nella sua ingenuità: prendere Giuntoli, il direttore sportivo che a Napoli aveva costruito una macchina perfetta; poi Osimhen, il centravanti che segna anche con la suola; infine Spalletti, il demiurgo che aveva trasformato una squadra di buoni giocatori in una sinfonia da scudetto.

Si parte da Giuntoli, l’uomo dei miracoli. Quello che a Napoli aveva costruito una macchina perfetta, un’orchestra in cui ogni musicista suonava al tempo giusto. A Torino, però, la musica è cambiata. Il povero Giuntoli si è ritrovato a suonare in una banda stonata, dove ognuno fa come gli pare e i solisti non hanno più fiato. Lì dove a Napoli aveva costruito, a Torino ha distrutto. Dove prima bastava una sua intuizione per scovare un talento, ora ogni mossa sembra un azzardo fallito. E così, da direttore d’orchestra, Giuntoli è diventato il capro espiatorio di un progetto senza anima.

Poi, il grande sogno: Osimhen. Perché alla Juventus, ormai, il pallino era chiaro — rifare il Napoli pezzo per pezzo. Peccato che De Laurentiis, uomo dal carattere vulcanico e dal fiuto infallibile, abbia fiutato subito la trappola. E allora, zac! Clausola anti-Italia, un muro legale alto come il Vesuvio. Osimhen in Serie A sì, ma a cifre impossibili, soprattutto per un club con il bilancio in rosso. Una mossa che non solo ha tagliato le gambe ai dirigenti juventini, ma ha pure lasciato un retrogusto amaro: quello di chi credeva di poter comprare il successo a colpi di assegni, e invece si è ritrovato con in mano il nulla.

Il ‘colpo’ Spalletti

E non finisce qui, perché il colpo finale, il tocco di genio del piano Juve, doveva essere lui: Luciano Spalletti. L’uomo del miracolo, l’allenatore-filosofo che aveva centrato l’obiettivo tanto atteso all’ombra del Vesuvio. Ma anche qui, il genio partenopeo aveva previsto tutto. De Laurentiis, dopo averlo salutato, si era coperto le spalle con una clausola che prevedeva un anno sabbatico obbligatorio. Perché sì, l’esperienza insegna: non si regala mai la chiave del proprio successo a chi l’ha sempre guardato con invidia.

Spalletti, che a parole voleva fermarsi un anno a coltivare ulivi e riflettere sull’universo, è durato giusto il tempo di un brindisi. Di lì a poco firmava con la Nazionale, facendo infuriare De Laurentiis e aprendo un contenzioso che ancora oggi pesa come un macigno. Il risultato? Un disastro in Nazionale, con una pesante sconfitta contro la Norvegia che ha spedito l’Italia al terzo play-off consecutivo per i Mondiali. Un capolavoro al contrario, che gli è costato pure la panchina.

E ora il cerchio si chiude in maniera quasi poetica — se non fosse tragicomica. Spalletti finisce alla Juventus, la stessa squadra che per tre anni ha cercato disperatamente di ricostruire il Napoli scudettato, fallendo miseramente. Giuntoli è rimasto senza squadra, Spalletti si presenta con il peso di un fallimento fresco di Nazionale, e Osimhen è ancora al Galatasaray, più blindato che mai. Alla fine, il progetto bianconero è rimasto un puzzle senza pezzi, un sogno di grandezza infranto contro il muro di un presidente che ha saputo dire “no” al momento giusto.

La mano di ADL

E qui bisogna dirlo chiaramente: se oggi la Juventus si ritrova in crisi, una parte del merito è proprio di De Laurentiis. Che, tra un’intuizione e una clausola, ha saputo difendere il suo regno, impedendo alla Vecchia Signora di scippargli non solo i protagonisti, ma soprattutto la formula vincente. Perché la formula Napoli non si compra: si vive.

Quanto a Spalletti, da napoletano posso solo dire grazie per lo scudetto, per quell’anno irripetibile in cui la squadra della mia Città ha toccato il cielo. Ma se devo parlare dell’uomo, preferisco stendere un velo pietoso. Le dichiarazioni, le scelte, il modo in cui si è voltato dall’altra parte: meglio ricordarlo com’era, l’allenatore che fece piangere di gioia un’intera città, piuttosto che quello che oggi siede su una panchina che ad oggi non incute più timore.

Perché, diciamolo chiaramente: la Juventus attuale non fa paura. È un cantiere perenne, un laboratorio di esperimenti falliti. E se qualcuno, a Torino, crede ancora di poter clonare il Napoli, farebbe meglio a guardarsi allo specchio e accettare la realtà. Ciò che è nato all’ombra del Vesuvio non può vivere all’ombra della Mole. E, in fondo, questa è la più grande vittoria di De Laurentiis: aver costruito qualcosa di unico, che nessuno, neanche la Vecchia Signora con tutto il suo potere, è riuscita a replicare.

Carmine Gallucci
direttore@brevenews.com

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