Marracash: “Integrazione? c’è un altro aspetto più importante. Io incompre so, mi ascoltavano e non capivano chi fossi”. Marracash sull’integrazione, il trasferimento da piccolo, la carriera, i giovani, e non solo. Il rapper siciliano, 46 anni, ripercorre le tappe della sua vita privata e professionale in una lunga intervista a ‘La Repubblica’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Per Marracash, le regole rappresentano “un insieme di codici che ho visto cambiare in fretta e ai quali mi sono sempre adattato con fatica”. Un adattamento difficile, che si intreccia con una vita segnata da continui spostamenti. “Sono nato in Sicilia e l’ho lasciata subito, esattamente come ho abbandonato a sette anni la casa di ringhiera a Milano, dove il cesso stava sul ballatoio, per vivere sei mesi in albergo in attesa che dopo lo sfratto ci assegnassero una casa in periferia, alla Barona, in un quartiere enorme che era una città. Fu uno choc, un passaggio traumatico, per me e per la mia famiglia. A scuola, una scuola tosta, i compagni di classe sembravano avere almeno cinque anni più di me. Era cambiato tutto, a partire dal paesaggio urbano, pareva di essere ogni giorno in un film di Scorsese”.
Marracash: “Integrazione? c’è un altro aspetto più importante”
Tutte queste esperienze hanno avuto un impatto profondo sulla sua creatività. “Un peso rilevante. Le mie origini hanno rappresentato il motore della creatività, il pozzo a cui attingo tutte le volte che ho sete. Provare disagio, fare di necessità virtù, avvertire una sorta di orgoglio per il luogo da cui provieni sono sensazioni che possono darti una grande forza”. Ma non solo le radici hanno alimentato la sua immaginazione: “Leggere. Era economico, ti faceva viaggiare lontano con la fantasia e ti restituiva ore e ore di intrattenimento a buon mercato”.
Nel corso di quarant’anni, il quartiere in cui è cresciuto ha subito trasformazioni radicali. “Ha smarrito quel senso di appartenenza di cui le parlavo. La bandiera del tuo quartiere era un fatto identitario, che ti influenzava e ti rimaneva addosso. Noi non ci sentivano figli di un dio minore, ma ragazzini più acuti, più svegli e più capaci dei nostri coetanei che vivevano in centro. Li consideravamo, magari a torto, sciocchi, stupidi, inadeguati. Babbi, come diciamo a Milano. Avevamo codici diversi in periferia, persino nel taglio di capelli o nell’abbigliamento, una distinzione che oggi non esiste più. Si è fatta strada l’omologazione, si è smarrito l’orgoglio della diversità”.
Parlando di integrazione, riconosce le difficoltà crescenti. “È complicato perché l’integrazione è diventata una materia di scontro politico e perché in provincia, dove sono meno abituati alla diversità, il martellamento della propaganda che mette all’indice l’uomo nero è ossessivo. Alla Barona, nel mio condominio convivevano tranquillamente egiziani, disoccupati e transessuali. Non ho mai percepito razzismo o intolleranza. Nella vita reale, fuori dal circo mediatico, le cose sono più semplici. Poi c’è un altro aspetto, forse anche più importante”.
Marracash: “Io incompreso, mi ascoltavano e non capivano chi fossi”
Un aspetto che riguarda la condizione economica: “Che le differenze, quelle marcate, quelle che dividono o al contrario fanno abbracciare, sono orientate dalla condizione economica. I soldi inclinano le opinioni molto più del sesso, della religione o del colore della pelle. Ingentilita con il denaro, la minoranza, il diverso, lo straniero smette di fare paura. Un africano ricchissimo non è più un pericolo, ma un benemerito che la comunità è pronto ad accogliere”.
Tutto questo, secondo lui, si lega a un tema più ampio: “È sempre una questione di ipocrisia: l’invenzione del secolo, la base sulla quale abbiamo costruito il presente, un presente in cui la distinzione tra ciò che è vero e ciò che artefatto si va completamente perdendo. Io la vedo in tutto, l’ipocrisia: a iniziare dalla democrazia che è diventata un rito stanco, un teatrino obsoleto, un’illusione di partecipazione dominata se non soffocata sotto traccia dal profitto che sembra essere l’unica virtù a cui tendere”.
Marracash: “Soldi? Quando non li hai diventano un pensiero quasi ossessivo”
Anche il denaro ha avuto un ruolo centrale nella sua esistenza, come conferma citando Bukowski: “Quando non li hai, i soldi diventano un pensiero quasi ossessivo. Sono una spada che pende sul collo, un’ombra che ti accompagna, un peso che avverti. La vita dei miei genitori, una vita priva di viaggi, scoperte, svaghi e piaceri, non la volevo imitare. E per non farla ho messo in discussione tante cose. Non certo, o almeno non soltanto per il denaro”. Le motivazioni erano anche affettive: “Per l’amore, ad esempio. Non erano una coppia felice e litigavano spesso. Stanno meglio adesso i miei, sono più belli oggi”.
Il riconoscimento, però, è arrivato tardi, e non senza sofferenza. “Per molto tempo a me non è arrivato e ne ho sofferto. Non ero capito né dalla critica né dal pubblico. Mi vedevano, mi ascoltavano e non capivano chi cazzo fossi: un tamarro con gli orecchini, un poeta, un ragazzo sensibile o un rapper edonista”. Oggi, però, le cose sono cambiate: “Il complesso, per non dire la subordinazione del rap nei confronti degli altri generi musicali, in Italia, è stato di lunghissima durata. Sono contento di aver contribuito ad abbattere il pregiudizio”.
Marracash: “Ho scelto di non tacere”
Guardando indietro, sente di aver fatto scelte precise: “Di non tacere, di far sentire la mia voce, di non accettare le cose così come sono”. E ai giovani che si sentono esclusi, rivolge parole di comprensione: “Che sono stato come loro. E che la sensazione di dover partire con l’handicap e non avere le stesse possibilità degli altri in questa immensa competizione che è la vita nel mondo occidentale, crea rabbia. Una rabbia che è stata anche mia”.
Una rabbia che conosce bene: “Una rabbia che comprendo e giustifico, anche se adesso che sono adulto ho capito anche che quel tipo di rabbia è controproducente perché si risolve in sé stessa e non ti fa arrivare allo scopo. Quando ero ragazzino mi sentivo come il Raskol’nikov di Delitto e castigo: al di sopra degli altri, della morale comune, delle leggi. Rubavo e mentre lo facevo mi sentivo in diritto di farlo e mi autoassolvevo: “Il mondo se lo merita”, mi dicevo, “sono io che non mi merito di avere all’orizzonte una vita di merda”. Rubavo nei magazzini di orologi, alle feste, nei negozi in cui lavoravo senza battere lo scontrino. Di tutto, come le dicevo”.
Ora, con un nuovo libro in uscita scritto insieme a Claudio Cabona, intitolato Qualcosa in cui credere, sente di aver chiuso un ciclo: “Sono contento del risultato finale e contentissimo di chiudere una lunga indagine su me stesso che ho iniziato nel 2019 e che dopo tre dischi e questo libro considero conclusa. Ho voglia di qualcosa di nuovo, ho voglia di voltare pagina, di altre emozioni, immagini e suoni”.
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