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Cori contro Vlahovic, in Italia tutelati solo gli stranieri: ai napoletani puoi dire di tutto. La falla del protocollo arbitrale

Cori contro Vlahovic, in Italia tutelati solo gli stranieri: ai napoletani puoi dire di tutto. La falla del protocollo arbitrale. Fiorentina-Juventus è lo specchio di un’Italia calcistica che si risveglia indignata solo quando la realtà la costringe. I cori razzisti contro Dusan Vlahovic hanno spinto l’arbitro Doveri ad applicare il cosiddetto protocollo contro i cori di discriminazione razziale ed a sospendere momentaneamente il match.

È stato un gesto corretto, necessario, inevitabile. Un gesto che in un paese normale non dovrebbe nemmeno suscitare stupore, e che invece viene accolto come una rarità, come se pretendere rispetto sugli spalti fosse un privilegio straordinario e non un punto di partenza irrinunciabile. Questo episodio, però, apre un problema che molti fingono di non vedere.

Se il principio vale, allora deve valere sempre. Non esistono bersagli di serie A e bersagli di serie B. Non esiste una discriminazione che merita interventi immediati e una che può essere tranquillamente ignorata. Eppure in Italia funziona esattamente così: si agisce con fermezza quando conviene, ci si gira dall’altra parte quando il pregiudizio è talmente radicato da farlo passare per innocuo.

È qui che torna alla mente, con una chiarezza imbarazzante, ciò che è successo qualche mese fa quando il Napoli ha giocato proprio al Franchi contro la Fiorentina (e non era nemmeno la prima volta). In quella occasione sono volati insulti pesantissimi, auguri di morte, espressioni di un odio che nulla hanno a che fare con la rivalità sportiva. Un’escalation che avrebbe richiesto lo stesso identico intervento visto ieri sera.

E invece nulla: nessuna sospensione, nessuna ammonizione collettiva, nessun richiamo deciso. Il gioco è andato avanti come se quelle parole non fossero mai state pronunciate. Due pesi e due misure che rendono impossibile non vedere la contraddizione.

I cori antinapoletani vengono da anni trattati come folklore, come un accessorio dello stadio. La parola che si usa per giustificarli è sempre la stessa: sfottò. Una parola comoda, morbida, perfetta per coprire un’abitudine tossica. Ma sfottò non è augurare la morte, né tanto meno insultare un intero popolo. Sfottò non è ripetere da decenni uno stesso schema culturale che riduce Napoli a un bersaglio fisso, autorizzato, quasi istituzionale.

Questi cori non sono tradizione, non sono colore, non sono goliardia. Sono discriminazione territoriale nella sua forma più pura e più accettata, quella che non fa scattare reazioni perché ormai è stata assorbita, normalizzata, metabolizzata. Eppure fa male. Sempre. Perché colpisce non un volto o un numero di maglia, ma una città, una storia, un’identità.

Napoli e i napoletano non hanno mai chiesto di essere compatiti: chiedono semplicemente di essere trattati con la stessa dignità riconosciuta a chiunque altro. E invece ogni anno, in ogni stadio, si ritrova a fare i conti con cori che vengono liquidati come parte del pacchetto del tifoso. È la prova che in Italia la discriminazione non è tutta uguale: alcune fanno scattare l’indignazione unanime, altre generano al massimo un’alzata di spalle annoiata.

Questo doppio standard è insopportabile. Non c’è lotta al razzismo possibile senza coerenza, non c’è civiltà possibile se si decide, volta per volta, a chi concedere empatia. Quando il telecronista di Dazn ricorda che sospendere una gara è un gesto di buon senso e di rispetto, allora quello stesso buon senso e quello stesso rispetto dovrebbero essere applicati anche quando gli insulti colpiscono Napoli. Non quando fa comodo, non quando la telecamera è puntata, non quando rischia di esplodere un caso mediatico, ma sempre.

L’arbitro di ieri ha compiuto un gesto giusto. Adesso bisogna che quel gesto non resti isolato. Bisogna che diventi la regola. Quello stesso metro di giudizio va adottato anche quando a essere insultati sono i napoletani, anche quando il veleno non è diretto a un singolo calciatore ma a un intero popolo. Perché la discriminazione non cambia forma a seconda di chi colpisce. La radice è la stessa, la ferita è la stessa, la responsabilità è la stessa. E se la civiltà vale, allora deve valere anche per Napoli. Sempre. Ogni volta che riguarda Napoli.

Carmine Gallucci
direttore@brevenews.com

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