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Spettacolo

Sara Jakubiak: “Scena di sesso? Quella scomoda è un’altra. A Yale è iniziato tutto ma se non avessi vinto la borsa di studio…”

Sara Jakubiak: “Scena di sesso? Quella scomoda è un’altra. A Yale è iniziato tutto ma se non avessi vinto la borsa di studio…”. Sara Jakubiak sulla scena di sesso di Una lady Macbeth del distretto di Mcensk, e non solo. La soprano statunitense veste i panni di Katerina Izmajlova, la protagonista dell’opera-scandalo di Dmitrij Šostakovič che da questa sera, mercoledì 7 dicembre,  inaugura la stagione a La Scala. Ne parla in una intervista rilasciata a ‘Io Donna’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

La soprano rivela di non provare alcun imbarazzo per la scena di sesso alla fine del primo atto, spiegando che «il regista l’affronta in un modo creativo che apprezzo moltissimo». A turbarla è piuttosto un altro momento, perché «la scena più “scomoda” è quella in cui vengo tormentata e torturata dalle donne: trovo il far soffrire a lungo così inaccettabile che ho dovuto concentrarmi enormemente per interpretarla». Ripensa anche alle esperienze passate, osservando che «in passato sul palco sono stata nuda, violentata, uccisa, mi è stato richiesto di eseguire azioni fisicamente impegnative, ma nulla è paragonabile».

Sara Jakubiak: “Scena di sesso? Quella scomoda è un’altra”

Parlando del suo legame con Katerina Izmajlova, ammette di riconoscersi «negli errori. Capita a chiunque». E quando le viene chiesto se ne abbia commessi molti, risponde con convinzione che «bisogna commetterli! E imparare la lezione… Se va sempre bene, che esistenza è? La condizione umana ha necessità del bene e del male, del giusto e dello sbagliato: per capire il giusto, devo aver provato lo sbagliato. Ovvio, non occorre diventare una Lady Macbeth e ammazzare qualcuno!».

Riflettendo sulla modernità dell’opera, sottolinea che lo è perché la protagonista agisce in prima persona e, pur nella tragedia, conserva una forma di vittoria. Ricorda inoltre che «Šostakovič disse di averla scritta per togliere la maschera alla tirannia, per denunciare i dittatori e i governanti orrendi», e che proprio per questo l’opera non piaceva a Stalin, dato che «prendeva in giro il sistema di potere». Aggiunge che la tirannia esiste ancora oggi e che non sono molte le eroine negative o dominanti nella lirica. Cita figure come la Lady Macbeth verdiana, Turandot, Salome ed Elektra, ricordando che conosce bene quest’ultima perché era «nell’allestimento di Londra del 2024, però nel ruolo di Chrysothemis, la sorella buona… Mi ricorda mia nonna».

Sara Jakubiak: “A Yale è iniziato tutto ma se non avessi vinto la borsa di studio…”

Raccontando l’inizio della sua carriera, spiega che non c’è mai stata una vera epifania, perché «non lo capisci mai davvero. Ti chiedi: “Oh, sarà l’ultima replica? Mi assumeranno in futuro?”». Tuttavia, ripercorre i suoi passi: durante la laurea triennale seguiva il programma di «educazione musicale» pensando all’insegnamento; dopo il master al Cleveland Institute of Music, ancora convinta di voler insegnare, ottenne una borsa di studio per Yale, che non avrebbe potuto permettersi «venendo dalla classe operaia». Lì, grazie ai corsi dedicati alla performance, «è partito tutto». Trovò un agente, iniziò a essere scritturata negli Stati Uniti, poi si trasferì all’Opera di Francoforte con un progetto per giovani talenti e, «passo dopo passo», è arrivata dove si trova oggi.

Nella sua storia figura anche lo sport a livello semi-professionale, perché giocava a softball, «una specie di baseball con le palle più grandi», e ricorda che «viaggiavamo parecchio, vincevamo tornei». Da quell’esperienza ha imparato «l’importanza dell’allenamento, dell’impegno duro. E il gioco di squadra», sottolineando che ognuna ha un ruolo ma un obiettivo comune e che restare «a terra» e pronte a muoversi vale anche sul palcoscenico.

Quanto al suo equilibrio personale, spiega che resta radicata dedicandosi alle attività quotidiane: «Quando torno a casa, mi piace cucinare, pulire, dedicarmi alle faccende domestiche più noiose. Meditazione no, no! Non sono una paziente». Oggi vive fra due città, perché «ho un appartamento a Berlino e uno a New York con il mio compagno». Precisa che lui è un fisico e che appartenere a campi diversi «funziona bene, aumenta la reciproca curiosità». Condividono la vita con due gatti che adorano e che si chiamano «Coco e Bandit: un bandito autentico, un ladro d’amore, mi ruba il cuore».

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