Napoli-Verona, l’arbitro Marchetti e il Var danno ragione a Conte. La settimana scorsa Antonio Conte aveva fatto quello che in Italia viene sempre scambiato per un atto sovversivo: dire la verità. Aveva spiegato, con il suo solito tono asciutto, che il Napoli non è ancora pronto a comandare e che Juventus, Milan e Inter sono più avanti. Apriti cielo. Dai salotti televisivi ai titoloni dei giornali del Nord è partita l’operazione smentita: numeri snocciolati come rosari, grafici creativi, teorie calcistiche degne di un congresso di fisica quantistica.
Tutto pur di dimostrare che Conte sbagliava e che, in fondo, il Napoli era già lì, pronto a sedersi al tavolo dei grandi. Poi è arrivata la partita contro il Verona e, come spesso accade, il campo ha fatto a pezzi le favolette che ci hanno propinato nei giorni scorsi. Non per colpa del Napoli, ma per merito, si fa per dire, dell’arbitro Marchetti, dei suoi assistenti e degli addetti al Var, protagonisti di una serata che resterà negli annali del teatro dell’assurdo. Altro che campionato equilibrato, altro che crescita: qui siamo al manuale pratico su come ricordare a una squadra che non è ancora autorizzata a comandare.
Gli ‘orrori’ arbitrali
Partiamo dal rigore che ha permesso agli scaligeri di raddoppiare. Buongiorno tocca il pallone con la mano in area e Marchetti indica il dischetto con la sicurezza di chi ha appena risolto un’equazione. Peccato che, un istante prima, Valentini abbia affossato lo stesso Buongiorno con il braccio destro, colpendolo tra viso, collo e petto, per giunta dalla parte sinistra. Un dettaglio irrilevante, evidentemente. D’altronde, nel calcio moderno il contatto precedente conta solo se la maglia è di un certo colore o se il nome sul tabellino luminoso fa più audience.
Poi arriva il capolavoro della ripresa. Minuto settantacinque circa, Napoli sotto 2-1, cross di Politano dalla sinistra e Rasmus Hojlund che fa quello per cui è stato comprato: attacca lo spazio, si libera di Bella-Kotchap con mestiere e segna il gol del pareggio. Marchetti convalida. Per un attimo si ha l’illusione che anche gli arbitri possano essere fallibili ma coerenti. Illusione fugace. Dal sal Var qualcuno decide che no, così non va bene, e richiama il direttore di gara. Gol annullato per un presunto tocco di mano di Hojlund nel tentativo di controllare il pallone con il petto. Un tocco talmente impercettibile che, per evitarlo, come ha detto Conte a fine gara, “avrebbe dovuto tagliarsi la mano”. Ma si sa, il regolamento è elastico, soprattutto quando serve.
Il delitto perfetto
Ecco servito il delitto perfetto. Napoli fermato, classifica riscritta, campionato ricondotto all’ordine naturale delle cose: Inter e Milan davanti, gli altri a guardare. Il solito vento del Nord soffia puntuale, non per complottismo ma per abitudine. Il Napoli, con una vittoria, sarebbe arrivato a San Siro con la possibilità concreta di mettersi l’Inter alle spalle nello scontro diretto della domenica sera. Scenario evidentemente troppo audace. Meglio evitarlo, grazie alla serata storta di Marchetti e compagnia.
Il problema non è nemmeno l’errore in sé. Gli arbitri sbagliano, lo sappiamo. Il problema è la sistematicità, la sensazione che certi errori colpiscano sempre gli stessi e che Inter e Milan, guarda caso, attraversino la stagione con una serenità arbitrale invidiabile. Nessun episodio decisivo contro, nessuna lettura creativa del regolamento, nessuna chiamata Var da brividi. Fortuna? Destino? Coincidenze che si ripetono con una puntualità svizzera.
Perché Conte ha ragione
E mentre tutto questo accade, c’è sempre qualcuno pronto a dire che a Napoli si piange, che i napoletani vedono complotti ovunque, che è vittimismo. Gli stessi che sui social insultano una città intera, riducendo il dibattito a una caricatura, salvo poi indignarsi se qualcuno osa far notare l’evidenza. Difendere il Napoli, in questi casi, non è provincialismo. È semplicemente chiedere coerenza, rispetto e un campionato in cui non serva tagliarsi una mano per segnare un gol buono.
In Napoli-Verona, l’arbitro Marchetti e il Var hanno dato ragione a Conte. Non perché il Napoli non sia forte, ma perché in questo sistema comandare non dipende solo da quello che fai in campo. E fino a quando certi episodi continueranno a essere archiviati come normali, il Napoli potrà anche crescere, migliorare e lottare. Ma comandare, quello vero, resterà un privilegio riservato a pochi. Sempre gli stessi.
Carmine Gallucci
direttore@brevenews.com
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