Gomorra – Le Origini, recensione prime puntate: due errori narrativi. E Luca Lubrano è bravissimo. Gomorra – Le Origini nasce con un presupposto chiaro e, per certi versi, spiazzante: questa serie ha poco a che vedere con le prime cinque stagioni di Gomorra sotto quasi ogni punto di vista. Non è un’operazione nostalgia né un semplice prequel rassicurante, ma un racconto autonomo che sceglie di concentrarsi sul momento esatto in cui la speranza si spegne e comincia la discesa verso il baratro.
Al centro della narrazione ci sono quattro ragazzini cresciuti in un contesto di povertà, degrado e violenza così radicale da non aver mai concesso loro il diritto di essere bambini. È qui che Gomorra – Le Origini prova a colpire più a fondo, raccontando non tanto la criminalità organizzata quanto il vuoto umano e sociale che la genera.
Sul fronte del cast, due episodi sono oggettivamente pochi per esprimere giudizi definitivi sugli interpreti, in gran parte semi-sconosciuti, scelti seguendo la stessa intuizione che aveva portato al successo delle prime stagioni della serie madre. Un’eccezione, però, è già evidente. Luca Lubrano, che interpreta un giovanissimo Pietro Savastano, sorprende per intensità e presenza scenica. Il suo Pietro non è una semplice imitazione del Don Pietro adulto, ma un ragazzo che lascia intravedere, attraverso sguardi e silenzi, il germe di ciò che diventerà. Una prova notevole, che fa pensare a un talento puro destinato a far parlare di sé nel prossimo futuro.
Le incongruenze narrative
Accanto agli elementi riusciti, però, emergono alcune incongruenze narrative difficili da ignorare, soprattutto per chi ha visto e rivisto Gomorra. La più evidente riguarda il passato familiare di Don Pietro. Nei primi due episodi di Gomorra – Le Origini, il sedicenne Pietro afferma di non avere né madre né padre. Un’affermazione che entra in collisione diretta con quanto raccontato nella serie originale.
Nella prima stagione di Gomorra, infatti, Don Pietro dice alla moglie che intorno ai vent’anni stava sempre con suo padre, osservandolo e imparando il mestiere da lui. Ancora più significativa è la rivelazione fatta a Genny nella seconda stagione: Don Pietro racconta che suo padre voleva costringerlo a lasciare la moglie perché non riusciva ad avere figli. Un dettaglio preciso, carico di significato, che rende difficile conciliare le due versioni della sua storia.
A questa incongruenza se ne aggiunge un’altra, altrettanto problematica. Uno dei migliori amici del giovane Pietro Savastano in Gomorra – Le Origini è un ragazzo di colore. Eppure, nella prima stagione di Gomorra, Don Pietro manifesta apertamente avversione e disprezzo verso le persone di colore, considerate inferiori e definite scimmie. Un contrasto che non sembra frutto di un’evoluzione psicologica del personaggio, ma piuttosto di una forzatura narrativa che rischia di indebolire la coerenza complessiva della saga.
Le differenze
Nonostante queste note stonate, Gomorra – Le Origini mantiene una tensione narrativa e una capacità di immersività che meritano attenzione. La regia cura i dettagli del degrado urbano, le atmosfere sono cupe e realistiche, e la sceneggiatura mette in luce con efficacia la brutalità e la complessità dei rapporti di potere all’interno della criminalità organizzata. La serie non cerca di semplificare il mito di Gomorra, ma di approfondirlo, mostrando i germogli della violenza e delle ambizioni che segneranno il futuro dei protagonisti.
Ciò che emerge dalle prime due puntate è che questa serie non cerca di replicare Gomorra, ma di riscriverne il mito partendo dalle crepe, accettando il rischio di scontentare una parte del pubblico storico. Resta da capire se, andando avanti, riuscirà a sanare le incongruenze e a costruire un ponte credibile con la serie originale. Per ora, tra intuizioni riuscite e contraddizioni evidenti, Gomorra – Le Origini si muove su un terreno scivoloso, ma tutt’altro che privo di interesse.
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