Ricky Memphis: “Cesaroni? Stavo per uccidere Amendola. Ho sperperato tanti soldi. E Raoul Bova è un santo”. Ricky Memphis su I Cesaroni, l’amicizia con Claudio Amendola, e non solo. L’attore romano, 57 anni, ripercorre le tappe della sua carriera in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Ricky Memphis racconta che con Claudio Amendola tutto iniziò in modo brusco, quasi comico, con un vaffa scambiato per uno scherzo telefonico. «Mi aveva visto al Costanzo Show, rimediò il numero e mi telefonò. Credevo fosse un mio amico che faceva uno scherzo, come al solito. Così ce lo mandai de core e gli riattaccai in faccia». Poco dopo, però, Amendola richiamò e mise subito le cose in chiaro: «Mi richiamò. “Senti, caro Ricky Memphis, affan…lo ce vai te. Comunque io sono davvero Amendola, domani ci vediamo ai Parioli con altra gente, se ti va, passa».
Da quell’incontro nacque un’amicizia solida, che li portò nel 1991 al loro primo film insieme, «Ultrà», seguito da molti altri, fino alla nuova avventura ne «I Cesaroni. Il ritorno», prossimamente su Canale 5. Memphis spiega il suo ruolo: «Sono Carlo, il consuocero di Giulio/Claudio. Sul set per poco non l’ho ammazzato. In una scena io e Lucia Ocone, su una finta volante della Polizia, dovevamo inseguire la sua auto. Chi lo sa, lui è partito troppo veloce, quasi lo prendo in pieno, ho inchiodato a un millimetro».
Ricky Memphis: “Cesaroni? Stavo per uccidere Amendola”
Ripercorrendo la sua carriera, osserva come spesso gli siano stati affidati ruoli da borgataro o teppista, etichette che non sente davvero sue. «Culturalmente vengo da là, dai quartieri popolari, dalla cultura stradaiola. Però non mi sono mai sentito un vero coatto. Per esserlo devi essere molto sicuro di te e io non lo sono mai stato». Ricorda anche i temi ricorrenti delle conversazioni giovanili: «Con i miei amici avevamo tre argomenti: calcio, donne e politica». E aggiunge come siano rimasti quasi tutti, tranne uno: «E quelli restano ancora, tolta la politica. Ho capito alcune cose, mi sono disamorato e ho detto basta».
La notorietà arrivò anche grazie alla definizione di “poeta metropolitano”, ma oggi quei testi sono svaniti nella memoria. «E chi se li ricorda più. Le poesie le ho pure perse. Facevo serate underground. Maurizio Costanzo lesse un articolo su di me e mi convocò». Di Costanzo conserva una gratitudine profonda: «A Costanzo devo tutto. Mi accolse con molta simpatia. Se per caso gli stavi antipatico eri finito».
Parlando della sua infanzia, Memphis affronta il trauma della perdita del padre, morto a trent’anni in un incidente d’auto quando lui ne aveva solo quattro. «Per tanto tempo mi sembrava di non sentirne la mancanza, nella mia vita. Crescendo invece mi sono ritrovato sempre più insicuro, la forza di una figura maschile mi sarebbe servita. Specie dopo che mia madre disse: “Ora sei tu il capofamiglia, ci dovrai proteggere”. Ma ero un bambino! Mi è salita un’ansia. Per me il mondo è diventato tutta una guerra, un’imboscata». Anche per questo, racconta, prese la patente molto tardi: «Avevo paura, le auto mi sembravano pericolose, letali. Mi ero convinto che sarei morto alla stessa età di papà, in un incidente. Dopo averli compiuti mi sono deciso».
Ricky Memphis: “Ho sperperato tanti soldi”
Il suo secondo nome, Benito, ha una storia familiare particolare. «Papà, che era un fascistone, voleva proprio quello. Mamma invece scelse Riccardo. Gli propose di lasciar decidere alla sorte, estraendo un bigliettino su 10. Lui barò: su 9 ci scrisse Benito». Ma il destino scelse diversamente: uscì Riccardo. «Un segno del destino. Ma lui mi chiamava lo stesso Benito». Quanto alle idee politiche paterne, Memphis chiarisce di aver preso un’altra strada: «Sono cresciuto in tutto un altro ambiente, di sinistra, popolare, comunista. Per emulazione e quieto vivere mi dichiaravo così anch’io. Quando ho cominciato a ragionare con il mio cervello ho cambiato direzione».
Parlando della famiglia, racconta dei suoi figli: «Francesco 20, Maria 13». E riflette sul suo modo di essere padre: «Vorrei essere perfetto, ma sanno come sono, mi conoscono. Gli dico di non bere e di non fumare, che fa male, proprio perché io l’ho fatto e lo so. Droghe? Quelle mai».
Tra i ricordi più vivaci della carriera ci sono le collaborazioni con i fratelli Vanzina. «Ci siamo tanto divertiti. Carlo ci portava sempre in posti bellissimi. Una sera a Las Vegas ci regalò i biglietti all’MGM per lo show di David Copperfield. Ero distratto, a un tratto vidi la faccia mia su tutti gli schermi. Il mago mi chiamò sul palco. Mi fece apparire un’automobile sulla schiena, mai capito come ci sia riuscito».
Ricky Memphis: “Raoul Bova è un santo”
Anche l’amicizia con Raoul Bova è un capitolo importante, ma su vicende delicate mantiene riserbo: «Non penso niente e non dico niente. Solo che l’infamità della gente non ha più confini». Ricorda però le loro uscite di un tempo: «Sì ma eravamo sempre fidanzati. Lui comunque è un santo, glielo giuro». E conferma quanto Bova fosse corteggiato: «Avoja. Non se lo può immaginare. Ma lui niente, di ferro».
Memphis sorride pensando ai suoi inizi sentimentali, quando dichiarò: «Prima di fare l’attore le donne le vedevo col cannocchiale». E spiega quanto fosse difficile: «Uh sì, malissimo. Possibilità ne avevo poche, stavo sempre a sede sur muricciolo, non avevo manco i soldi per pijà l’autobus. Alle feste andavo sempre in bianco. Ero timido. Poi con questo lavoro ho conosciuto più gente, ho preso più sicurezza».
Con il successo arrivarono anche alcune stravaganze, come la passione per gli hotel di lusso: «Tutto no, ma tanto sì. Avevo la fissa degli alberghi a cinque stelle, perché non me li potevo permettere. Mica ci andavo da solo eh. All’Hilton prenotai la suite Napoleone, più di così».
Guardando alla sua carriera, Memphis non nasconde un certo rammarico: «No, sono arrabbiato con me stesso. All’inizio avevo la sindrome dell’impostore, tutto quello che arrivava per me era più di quello che meritavo. Avrei potuto fare meglio». Ma resta aperto al futuro: «Magari un giorno un ruolo di un altro tipo me lo daranno. Sono un pigro, ho accettato certe cose solo perché mi pagavano di più. O erano più semplici, meno faticose. Non posso nemmeno lagnarmi: “Il Cinema non mi ha capito”. No, a me m’ha capito benissimo».
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