La terrificante storia del serial killer più giovane del mondo: il ragazzino che fece strage di neonati per farli “smettere di muovere”. La terrificante storia del serial killer più giovane del mondo che ha sconvolto lo Stato indiano del Bihar, esplode in un pomeriggio qualunque, quando la polizia arresta Amarjeet Sada, un bambino di otto anni conosciuto come il piccolo che camminava scalzo tra le risaie. La comunità agricola di Mushahar, già abituata alla marginalità e alla povertà estrema, scopre all’improvviso di essere al centro di un caso destinato a fare il giro del mondo.
I suoi omicidi sono avvenuti tra il 2006 e il 2007, ma è con la scomparsa della piccola Khushboo Khatun, una neonata di sei mesi, che inizia questa tragedia pubblica. La madre, impegnata a prendere l’acqua al pozzo, si accorge della sparizione e chiede ai vicini se qualcuno abbia visto la bambina. Le ricerche si moltiplicano tra le case di fango e i cespugli, ma l’unico che resta distaccato, appoggiato al muro della sua abitazione, è proprio Amarjeet, già guardato con sospetto.
La confessione shock
Quando gli adulti gli chiedono se fosse vicino alla neonata, il bambino risponde senza esitazione di sì e, con la stessa freddezza, ammette di averla uccisa. Offre persino di condurre la comunità nel punto esatto in cui ha nascosto il corpo. Il ritrovamento, segnato da una pietra macchiata di sangue, spezza il confine tra paura e realtà: nessuno può più fingere che si tratti di un gioco o di un’incomprensione. Amarjeet Sada viene arrestato il 1 giugno 2007, quando il viceispettore Singh lo trova seduto con aria assente sulla soglia di casa. Durante il primo scambio, Amarjeet dichiara di averlo fatto perché ne aveva voglia, rivelando un distacco emotivo che lascia sbigottiti persino gli agenti.
Le parole dei parenti allargano il quadro. Emergono altri due decessi avvenuti nei mesi precedenti: la sorellina di Amarjeet e un cugino, entrambi morti in circostanze sospette ma mai denunciate per paura di infamia ed espulsione. La famiglia appartiene alla casta Dalit, la più povera e discriminata, e vive in condizioni di abbandono totale: case di fango senza acqua corrente, malnutrizione, malattie e un clima familiare segnato da violenza e solitudine. Gli insegnanti ricordano un bambino schivo, evitato dagli altri, soprannominato fantasma, incline a ridere nei momenti sbagliati e a fare del male ad animali e insetti.
Il terzo omicidio infrange la barriera del silenzio. Per la prima volta il villaggio, impreparato all’arrivo di polizia, medici e giornalisti, affronta un’ondata di vergogna e superstizione. Si parla di maledizioni, di spiriti inquieti, di un oscuro retaggio che avrebbe avvolto la famiglia Sada. Singh racconta che le madri non riuscivano più a far dormire i figli e che l’arresto non alleviava le paure. Le voci locali raggiungono rapidamente i media internazionali e specialisti di criminologia definiscono il caso unico nella storia per l’età del minore coinvolto.
La vicenda segna un’intera comunità
L’interrogatorio formale, svolto a Begusarai, conferma l’assenza di rimorso. Amarjeet risponde alle domande con calma quasi clinica, affermando di aver ucciso per curiosità, perché voleva vedere che aspetto avessero i bambini quando smettevano di muoversi. I periti sottolineano una mancanza totale di empatia e di consapevolezza morale. La legge indiana, che proibisce il processo penale per chi non ha compiuto diciotto anni, impone il suo trasferimento in un centro minorile. L’inserimento appare però più simile a un esperimento sociale che a un protocollo riabilitativo.
Il bambino resta taciturno, non mostra interesse per i giochi, rifiuta di vedere o chiamare la famiglia e passa il tempo a disegnare senza voler mostrare i suoi fogli agli adulti. Nel villaggio, intanto, nessuno vuole ricordare la storia del serial killer più giovane del mondo né, soprattutto il periodo in cui quel bambino viveva tra loro. La comunità tenta di chiudere una ferita troppo grande per un luogo così piccolo, e anche se le autorità cercano di interpretare il caso in termini psicologici e sociali, per molti abitanti di Mushahar il mistero rimane avvolto in un’ombra che supera ogni spiegazione razionale.
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