Sabato De Sarno: “Napoli Infinita è un racconto vivo. La mia città mi ha insegnato un aspetto. E sulla moda…”. Sabato De Sarno su Napoli Infinita, e non solo. Lo stilista napoletano ex direttore creativo di Gucci, parla del suo nuovo progetto editoriale sul capoluogo partenopeo in una intervista a ‘Vanity Fair’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Sabato De Sarno ha ideato, insieme a nss edicola e cratèra, Napoli Infinita, un progetto editoriale e visivo che invita a entrare nel mutevole mondo della città partenopea. Fin dall’inizio, il suo sguardo si radica in una dichiarazione che ne orienta l’intero senso: «Napoli è radice e contraddizione, invenzione e memoria. È un luogo che trattiene e allo stesso tempo lascia andare». Da questa premessa prende forma il racconto.
Ripercorrendo la genesi del volume, De Sarno spiega come l’idea sia nata da un’esigenza personale e insieme collettiva. «Non saprei definire con precisione il mio ruolo: non mi sento né curatore, né mecenate, né artista. Il mio compito è stato quello di mettere insieme diverse voci, prestando però molta attenzione a non creare un coro monocorde: ciò che mi interessava era la polifonia».
Il progetto nasce dunque dal desiderio di tornare alle origini del proprio sguardo, un ritorno alle radici che non vuole essere né celebrativo né definitivo: «Ho cercato di unire mondi e ambiti dell’arte molto differenti tra loro. L’idea è nata dal desiderio di tornare alle origini del mio sguardo. Sono napoletano e volevo che Napoli emergesse nella sua complessità: non è un libro celebrativo e nemmeno una sintesi definitiva. Piuttosto, è un racconto vivo».
Sabato De Sarno: “Napoli Infinita è un racconto vivo”
Da qui si arriva al titolo, che per De Sarno non è un’etichetta ma un varco. «Ho inteso il titolo come un’”opera aperta”. Per me è un attraversamento della città, non una dichiarazione categorica». Definire Napoli “infinita” significa riconoscerne l’impossibilità di essere contenuta: «Questo progetto non è un’enciclopedia né un’antologia. Rappresenta il mio sguardo personale sulla città e sugli artisti che apprezzo per il loro pensiero, la loro visione e la loro voce».
Nel raccogliere materiali e prospettive, emerge un punto fermo: «Il concetto chiave era proprio l’impossibilità di contenere Napoli. Quindi “infinito” non è un aggettivo retorico, ma una constatazione. Napoli è una città che cambia continuamente a seconda di chi la guarda e nessuno può imbrigliare le sue moltitudini, che convivono senza mai ridursi a una sola voce».
Il volume prende forma anche attraverso le collaborazioni con gli artisti, frutto di un intreccio tra conoscenze pregresse e nuove scoperte. «Sono un collezionista e conoscevo già alcuni di loro. Per gli altri ho fatto un vero lavoro di scouting, scoprendo voci nuove e studiando l’enorme panorama artistico napoletano per scegliere le figure più affini al progetto». Ne emerge una scena viva, sotterranea e autentica: «Esiste una scena artistica che lavora lontano dai riflettori, legatissima al territorio ma capace di dialogare con l’esterno: è fatta di energie pure, senza gerarchie».
Il libro arriva dopo quello che De Sarno definisce «un anno di libertà» dalla moda, un periodo che gli ha permesso di dedicarsi alla cultura e alla ricerca. «In questi mesi mi sono dedicato a fare cultura, a studiare, a fare ricerca. Ho viaggiato molto e ho ritrovato un tempo tutto mio». A 43 anni, racconta, si acquisisce una diversa consapevolezza: «Selezioni ciò che vuoi fare davvero e vai più a fondo nelle cose».
Sabato De Sarno: “Mi sono concesso cose che prima non potevo fare”
Questo nuovo ritmo gli ha permesso anche di vivere esperienze prima impensabili: «Recentemente, mi sono concesso cose che prima non potevo fare, come stare tre ore dentro un museo a vedere una mostra: mi è capitato con quella dedicata a John Baldessari al Bozar di Bruxelles, così come a Palazzo Strozzi di Firenze per Beato Angelico». E proprio grazie a questo tempo ritrovato ha potuto usare la propria «visibilità» per sostenere artisti che meritano attenzione: «Con il progetto del libro ho usato la mia “visibilità”, anche se questo termine mi sembra poco elegante da usare, per puntare il riflettore su artisti che meritano di essere conosciuti».
Riflettendo sui cambiamenti recenti della città, tra gentrificazione e overtourism, De Sarno racconta il suo rapporto con Napoli, fatto di distanza e ritorni. «Sono andato via da Napoli che avevo 19 anni, sono stato lontano tanto, ma è un posto dove sono tornato anche spesso». La città gli ha insegnato uno sguardo complesso: «Napoli mi ha insegnato a guardare le crepe, non solo le superfici, mi ha dato il senso del ritmo e della contraddizione, facendomi capire che la bellezza non è mai veramente pulita, ma è la realtà che la attraversa a renderla tale, anche se non la puoi controllare». Un insegnamento che ha influenzato profondamente il suo lavoro.
Sabato De Sarno: “La mia città mi ha insegnato un aspetto”
Eppure, nonostante i cambiamenti, la città conserva la sua fragilità poetica: «La città è sempre stata in mutamento, a dire il vero. Vedo molto entusiasmo per i nuovi progetti urbani, ma Napoli resta fragile e non perde così la sua poesia». Il suo legame non è geografico, ma emotivo: «Mi sento a casa non in un’idea astratta della città, ma in certi luoghi e relazioni: ho una “casa emotiva” più che geografica, non un luogo dove risiedono le mie esperienze e le mie emozioni».
Infine, parlando dei luoghi del cuore, De Sarno traccia una mappa personale che unisce memoria e presente. «Il mio punto di riferimento resta il museo Madre, perché tiene insieme Napoli e il contemporaneo». Ma la sua geografia affettiva è più ampia: «Amo anche la Sanità, i Quartieri Spagnoli, il porto, piazza Bellini, che è legata alla mia adolescenza, e piazza Dante, dove mi perdevo a comprare libri d’arte».
Il centro storico, con la sua stratificazione, continua a esercitare un fascino irresistibile. E il rapporto con la città resta un movimento continuo, fatto di attrazione e distanza: «Napoli la amo e la respingo, ci torno e poi devo andar via e poi devo tornare di nuovo. Questa tensione la rende, ai miei occhi, infinita».
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