Cesare Cremonini: “Tour 2026 sold out? Numeri non sono status. Conosco il dolore ma ho capito una cosa”. Cesare Cremonini sul suo tour 2026, il cantautore bolognese, 46 il prossimo marzo, parla degli impegni che lo attendono nell’anno appena iniziato in una intervista a ‘Io Donna’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.
Cesare Cremonini racconta un periodo di grande fermento creativo: i recenti Ora che non ho più te e Ragazze facili hanno ricevuto l’apprezzamento della critica, mentre Alaska Baby domina le classifiche. In questo clima, riflette sul rapporto tra destino e lavoro artistico, spiegando che «Per rispetto della Provvidenza, se vogliamo, cerco sempre di evitare di dire di non credere a qualcosa, soprattutto quando le notizie sono positive. In realtà credo che esista un equilibrio tra quello che si fa, come lo si fa, e il destino che ci attende».
Parlando proprio di Ragazze facili, Cremonini chiarisce come il titolo nasca da un’esigenza narrativa e non da una volontà di provocazione fine a sé stessa. «In realtà, il titolo è sempre il problema da risolvere, non la soluzione. Deve essere provocatorio. Sarebbe una comunicazione erronea svelare il finale nel titolo. Le “ragazze facili” rappresentano, in effetti, tutte le scorciatoie e gli alibi che usiamo per fuggire dalla responsabilità dell’amore».
Il brano, aggiunge, non è tanto autobiografico quanto un’esperienza trasformativa vissuta durante la scrittura: «Più che autobiografica, è trasformativa. L’ho vissuta mentre la scrivevo. Racconta il momento in cui smetti di nasconderti dietro gli alibi. Dire “quando ridi ci credo” significa ammettere che senza la felicità dell’altra persona io non ce la faccio. È una dichiarazione fragile, ma vera: la fiducia in me stesso passa anche attraverso la gioia dell’altro».
Cesare Cremonini: “Tour 2026 sold out? Numeri non sono status”
Quando riflette su se stesso, si definisce un uomo in continuo cambiamento. «In evoluzione. L’inquietudine è una compagna fedele, così come una certa solitudine. Sono molto esposto alle emozioni, e il dolore lo conosco bene. Ma ho capito una cosa: la felicità fa più paura del dolore. Il dolore lo sappiamo abitare. La felicità è più grande, più vasta. E per questo spaventa». E mentre il suo concerto al Circo Massimo registra il tutto esaurito, rifiuta l’idea che i numeri definiscano un artista: «I numeri dei grandi eventi non sono uno status, ma espressione di libertà creativa. Oggi questi risultati mi danno una libertà enorme di poter anche scegliere di cambiare direzione in futuro, all’interno di un sistema discografico autoreferenziale, di un’industria che misura tutto in numeri».
Cremonini racconta anche il suo metodo creativo, spesso legato alla notte e all’alba: «Le idee nascono nei sogni. Io vivo, accumulo emozioni, dico molti più sì che no. Al mattino scrivo cosa mi è stato suggerito dall’inconscio». Dal 2018 ha introdotto nella sua vita lunghe camminate quotidiane, una pratica che condivide con Vasco Rossi: «Una pratica che ha in comune con Vasco Rossi. Vi incrociate ogni tanto a Bologna. Lo ha anche raccontato su Instagram. Camminare è curativo, cambia sempre forma, restituisce lentezza, cambia il tempo. È un modo per conoscere se stessi. Ho iniziato nel 2018, in un momento personale difficile».
Cesare Cremonini: “Conosco il dolore ma ho capito una cosa”
Alla domanda su ciò che la musica non gli ha ancora dato, risponde con gratitudine: «In realtà, mi si offre ogni volta come se fossi un esordiente. Mi libera, mi racconta, aiuta me e gli altri». E immaginando una vita alternativa, confessa che avrebbe comunque cercato di essere d’aiuto: «Avrei cercato comunque di aiutare le persone. Tutti i mestieri possono farlo, se eseguiti con lo spirito giusto. Fin da bambino cercavo chi era più in difficoltà per alleggerirgli il cuore. Sognavo di fare il comico».
Osservando i giovani cantautori, riconosce talento ma auspica un cambio di prospettiva: «Pochi ma buoni. Ci sono ragazze e ragazzi di grande talento che hanno imposto il loro linguaggio. Preferirei però che parlassero più di sogni piuttosto che di guadagni Siae o contratti discografici. È il segno di un sistema che rende cinici sul presente perché ha smarrito la magia del futuro. Giuro, ancora oggi io non ho capito come si leggano i bollettini Siae». E quando si cita la sua vecchia band, i Lùnapop, risponde con affetto distaccato: «È come chiedermi se sono ancora in contatto con i compagni delle elementari. Capisco la domanda, ma è come l’affetto che si prova davanti a una fotografia del passato».
Cesare Cremonini: “Tour 2026? Voglio diventare un bravo sassofonista”
Tra le sue paure più profonde c’è quella di perdere il contatto con la propria interiorità creativa: «Non scrivere una canzone o non essere in contatto con me stesso mentre scrivo. Per me l’obiettivo resta creare un percorso coerente che non derubi mai il presente». Sul piano sentimentale, si descrive come una persona che dà il meglio quando gli viene affidata una responsabilità: «Sono un uomo che dà il meglio di sé quando viene responsabilizzato. Per il resto, uso l’ironia contro gli egoismi, l’arroganza e il dolore che ogni relazione, prima o poi, porta con sé».
Guardando al futuro, il suo proposito per il 2026 è sorprendente: «Diventare un bravo sassofonista e, forse, perdonarmi di più». Un perdono che riguarda il prezzo pagato per la sua carriera: «Per aver sacrificato me stesso, i miei sentimenti, per aver difeso il sogno della mia storia musicale. È il prezzo di ogni grande progetto». Imparare il sax a 45 anni è una sfida che ha scelto consapevolmente: «Dopo tredici stadi (con il Cremonini Live25, ndr ), mi sono voluto rimettere in gioco e imparare qualcosa da zero. È il significato del mio progetto di vita oggi».
Questa scelta nasce dal desiderio di ritrovare una forma di insicurezza creativa: «Ho voglia di tornare a sentirmi un po’ insicuro, come agli inizi, con quella paura di non saper fare ancora qualcosa. È anche un modo per non lasciarmi condizionare dall’idea che il business della musica debba dettare le regole della vita di un artista. E poi mi piace pensare a un futuro in cui anche il jazz possa entrare nelle mie canzoni, nel pop». Una visione controcorrente, soprattutto in un momento di grande successo: «Invece è il più grande proposito che io possa darmi adesso: tornare a sentirmi piccolo di fronte a qualcosa, proprio nonostante i 25 anni di carriera. Il mio 2026 sarà questo».
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