Roberto Vecchioni: “Fondazione? Per mio figlio e chi doffre come lui. Abbiamo sofferto l’indicibile dopo la morte di Arrigo”. Roberto Vecchioni sulla Fondazione, il cantautore brianzolo di origini napoletane, 82 anni, ha presentato a Palazzo Marino la Fondazione dedicata al figlio Arrigo, ricordando che il nome scelto porta il segno della storia del figlio. Arrigo, morto a 36 anni dopo una lunga lotta contro la malattia mentale, diventa il centro di un progetto nato per sostenere famiglie e giovani spesso lasciati soli. Di seguito vi proponiamo alcuni passaggi dell’intervista rilasciata a ‘La Repubblica’.
Roberto Vecchioni: “Fondazione? Per mio figlio e chi doffre come lui”
«La fondazione è per lui, Arrigo» e che il suo nome rappresenta «tutti i ragazzi che soffrono di una malattia mentale, e non hanno l’attenzione e l’organizzazione per essere aiutati», ha detto. Poi chiarisce cosa intenda quando parla dell’approccio alla sofferenza psichica. Spiega che «Un paziente con problemi di salute mentale non possiamo cambiarlo e costringerlo a essere come noi, ovvero coloro che si credono sani», sottolineando la necessità di accogliere il suo modo di pensare e di vivere, di «entrare nel suo modo di considerare le cose» e di accettare anche ciò che può sembrare fuori luogo ma per lui è essenziale, perché «questa è una fatica tremenda da fare, solo la cultura può insegnare e venire in aiuto».
Passa poi al tema del dolore, riprendendo la frase condivisa con la moglie: «Che non importa quanto tempo passi: il dolore ovviamente non passa. È in ogni attimo del tempo che vivi, nel senso che cammina e va, passeggia, con te». Racconta quindi che non si sono mai chiesti “perché”, perché «Abbiamo sofferto l’indicibile, in quella notte che è valsa dieci anni», una notte che li ha travolti e che «pensavo di essere in un altro posto, in un altro pianeta». Quella notte, almeno, è passata, anche se «io e mia moglie abbiamo reagito in modo diverso». Infine descrive queste reazioni: «Io ho cercato di riempirmi di progetti, di lavoro, di scrittura, per non essere fermo», mentre Daria «ha invece reagito in modo diverso, e poi si è battuta per questa Fondazione, mettendoci tutta se stessa: è il suo angolo di salvezza, per andare avanti».
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