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Sergio Caputo: “Musica in Italia in mano a chi non ha nulla da esprimere. Ho lasciato Roma per la Francia e ho guadagnato anni di vita”

Sergio Caputo: “Musica in Italia in mano a chi non ha nulla da esprimere. Ho lasciato Roma per la Francia e ho guadagnato anni di vita”. Sergio Caputo sulla musica in Italia, e non solo. L’artista romano di origini pugliesi, 71 anni, un vero e proprio cult negli anni Ottanta, si racconta in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

Sergio Caputo, sabato suonerà al Teatro Apollo di Lecce, città paterna, dove proporrà una versione intima e acustica del live «Ne approfitto per fare un po’ di musica». Racconta che la serata sarà guidata soprattutto dall’atmosfera del momento: «Ci baseremo sull’improvvisazione, decidendo in base all’umore della sala. Rispetto allo show con la big band che segue binari precisi, in trio suoniamo un po’ quello che ci viene in mente e ci divertiamo moltissimo. Sarà una panoramica sul mio repertorio, arricchita dai brani più recenti, in cui non mancheranno i successi».

Parlando delle influenze letterarie e musicali che gli sono state attribuite, Caputo ricorda i paragoni con Bukowski e Tom Waits, che accoglie con sincero apprezzamento: «Sono un grande conoscitore e ammiratore di entrambi. Il verismo crudo delle loro storie mi ha ispirato. E li considero complementari, se Bukowski fosse stato un musicista avrebbe avuto parecchio di Waits».

Sergio Caputo: “Musica in Italia in mano a chi non ha nulla da esprimere”

Ripercorrendo gli inizi della sua carriera, torna agli anni Ottanta, quando lavorava come pubblicitario mentre coltivava la musica di notte: «Svolgevo entrambe le professioni. Di notte scrivevo e mi esibivo nei locali milanesi, la mattina andavo al lavoro. Avevo una resistenza elevata. Poi mi è scoppiato in mano “Un sabato italiano” e ho deciso per il meglio».

Il successo di quel primo disco, oggi considerato uno dei migliori cento album italiani secondo Rolling Stone, lo porta a riflettere sulle celebrazioni già fatte e su un periodo professionale frenetico: «L’ho già fatto e dovrei fare una celebrazione ogni anno. Per i primi cinque album ero vincolato a un contratto che forse non avevo letto bene: mi imponeva un disco l’anno. Scrivevo i testi, curavo gli arrangiamenti, registravo in studio, mi occupavo della promozione e del tour e dovevo già cominciare a lavorare al disco successivo. Era da pazzi. Ed è un miracolo l’essere riuscito a creare pezzi che raccontano storie importanti».

La sua vita privata lo ha poi portato a trasferirsi in Francia, scelta maturata dopo un periodo romano che non aveva soddisfatto le esigenze della sua famiglia: «Ho provato a vivere a Roma, ma avendo due bambini, non l’ho trovata adatta: marciapiedi stretti, pochi parchi, abbandonati all’incuria e trasformati in bivacchi. Allora ero spesso in tv, dunque vivere in un palazzo significava stare sotto gli occhi di tutti. In Francia i miei figli non subiscono l’ingombro di un padre famoso. Ci ho guadagnato anni di vita».

Sergio Caputo: “Ho lasciato Roma per la Francia e ho guadagnato anni di vita”

Quando si parla di Sanremo, Caputo ammette di non essere più un assiduo spettatore, preferendo altre forme di intrattenimento e criticando l’attuale panorama musicale: «Sono più da serie tv e film belli. In Italia la situazione della musica è molto cambiata. I media rincorrono solo chi ha milioni di view o follower. Molti di quelli che emergono scelgono di cantare per avere visibilità e poter fare l’influencer o trasformarsi in un brand. La musica è una forma d’arte importante e non è opportuno che sia affidata a chi non ha nulla da esprimere».

Quanto agli artisti contemporanei, confessa di essere rimasto legato ai grandi cantautori italiani e ricorda un legame speciale, seppur mai vissuto di persona, con Lucio Dalla: «Sono fermo a De Gregori, Venditti, De André. Io e Dalla siamo sempre stati fan reciproci pur non essendoci mai incontrati. Mettevo in auto le sue cassette prima ancora di diventare musicista di professione e mi hanno riferito che pure lui faceva lo stesso».

Infine, parlando delle sue origini, Caputo rievoca la storia della sua famiglia e il rapporto con Lecce, città che ha imparato a conoscere attraverso la musica: «Sì, ma da ragazzo si trasferì a Roma. Mio nonno era un eroe di guerra e quando papà rimase orfano, la nonna riuscì a trovargli un posto fisso da dipendente statale. A Lecce ci sono stato per la prima volta per suonarci. Mi avevano sorpreso gli striscioni con le scritte “Aperitivo Caputo”, “Trasporti Caputo”. La Puglia è una delle più belle regioni italiane e qui respiro un’aria famigliare».

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