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Antonio Albanese: “Lavoreremo da grandi il mio film più trasgressivo. Imitazione Trump? Mi aveva colpito un aspetto”

Antonio Albanese: “Lavoreremo da grandi il mio film più trasgressivo. Imitazione Trump? Mi aveva colpito un aspetto”. Antonio Albanese su Lavoreremo da grandi, e non solo. L’attore brianzolo di origini siciliane, 61 anni, parla del suo nuovo film in un intervista a ‘La Repubblica’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

Antonio Albanese presenta Lavoreremo da grandi, ambientato in una notte brava di quattro perdenti nella provincia affacciata sul lago d’Orta, e racconta come questo progetto rappresenti per lui un ritorno a una certa libertà creativa: «Forse il mio film più trasgressivo. Volevo ritornare a esplorare la comicità. Nasce dalla notizia di un uomo abbandonato dalla zia, che aveva lasciato l’eredità alla Chiesa. Incapace, mediocre, ma con un’ingenuità che mi divertiva. Poi abbiamo creato un’azione corale dal tramonto all’alba con attori che amo, Beppe Battiston, Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero. Vorrei che il pubblico in sala s’affezionasse a delle persone. Sarebbe un gesto potentissimo. Questo film è un abbraccio e una risata».

Riflettendo sull’atmosfera del film, Albanese riconosce che in esso vive un’umanità di provincia che richiama quella di Carlo Mazzacurati, e lo afferma apertamente: «Sì. Un mondo operaio, semplice, normale. Mazzacurati lo considero il mio maestro. Il film è stato scritto a pochi metri dalla casa dove abbiamo girato: le azioni e i riferimenti li abbiamo ritrovati lì. A me piace il cinema che racconta l’umanità: i corpi, gli sguardi. Non amo quello estetico, fatto di scenografie e abiti affascinanti: ho appena visto un film che parlava di malinconia e di umanità, ma ambientato in una famiglia ricchissima. Non mi interessava, era una cosa troppo chiusa in un mondo. Ho diretto questo film perché nessuno mi aveva proposto questo spaccato di umanità. Come quella di Cento domeniche».

Antonio Albanese: “Lavoreremo da grandi il mio film più trasgressivo”

Parlando del successo di Checco Zalone, Albanese esprime un giudizio netto e affettuoso: «Merita un busto al Quirinale. Buen camino sostiene le sale, gli esercenti festeggiano. Bello». Il discorso poi si sposta sul clima complesso del presente, che secondo lui va affrontato con un atteggiamento preciso: «Non facendosi trascinare. ma accantonarlo un attimo, per accumulare energia e affrontarlo, insieme ad altri. Sennò a me si alza la pressione minima a 105. Osservo le cose da trent’anni: leggo Repubblica, altri giornali, ci sono cose che mi fanno diventare un fermo immagine per 20 minuti. Poi penso che ho ho la fortuna, col mio lavoro, di reagire».

Quando emerge il tema del Leoncavallo, luogo dove da ragazzo aveva seguito il suo primo seminario e oggi non più esistente, Albanese riflette sul valore degli spazi sociali: «“Centro sociale” è una parola bellissima. Se chiudi un centro sociale, se elimini gli spazi, i giovani si disperdono. Vengo da una famiglia operaia, non potevo permettermi altro. Il popolo italiano non è una grande azienda: ci sono persone con poche o nessuna possibilità. Negli ultimi due anni ho visto i concerti di Marracash, Sfera Ebbasta, Fibra, Ernia: un’energia spettacolare. Se non riesci a focalizzarla, è un danno enorme. Bisogna impegnarsi partendo dagli spazi culturali».

Antonio Albanese: “Imitazione Trump? Mi aveva colpito un aspetto”

Il ragionamento sugli spazi prosegue con un confronto tra ciò che manca e ciò che cede, come il ponte sullo Stretto e la frana di Niscemi. Albanese osserva: «Fare un ponte sullo Stretto può dare l’immagine potente di un Paese che collega una regione come la Sicilia. Ma oggi leggevo su siti stranieri: l’Italia verso il precipizio. Bisogna partire dai fondamentali: se da Messina a Palermo ci vogliono sei, sette ore di treno, c’è qualcosa che non va. Il nostro è un Paese fragile. Non è solo la Sicilia: ci sono tantissimi paesi a rischio idrogeologico. Sono di origine siciliana, mio padre è morto a 86 anni e già quando era bambino sentiva parlare del ponte».

Da qui il discorso torna naturalmente alla figura paterna, che Albanese ricorda con gratitudine: «Sono figlio di un muratore emigrato in Lombardia. I miei genitori hanno lasciato la loro terra per fame e ne hanno ritrovata una che ha dato loro il lavoro. Sono cresciuto con quel pensiero umile. Dai 15 ai 21 anni ho lavorato in fabbrica, era un obiettivo. Poi la curiosità, l’incontro con un amico, Milano, il primo spettacolo teatrale, il desiderio di salire su quel palco, l’occasione di entrare in un’accademia vera. E lì ho lasciato il certo per l’incerto».

Antonio Albanese: “Studio al mio nuovo personaggio”

Racconta poi che l’idea di restare in fabbrica non lo ha mai sfiorato: «Mai. Non perché disprezzassi quel lavoro, ma sentivo la voglia di fare altro. Poi, tra i 19 e i 20 anni, c’è stato il militare, Esperienza di tristezza infinita: Casale Monferrato, Roma, Cecchignola, Udine. All’inizio mi ha obbligato a qualcosa di cui non avevo bisogno. Col tempo invece mi è servito».

E spiega in che modo quell’esperienza lo abbia segnato: «Quella solitudine, quei silenzi, quella solidarietà che ho trovato al militare sono entrati nel mio lavoro. Emozioni vere, nel bene e nel male, che poi trasmetti nel cinema e nel teatro. Non scordo i momenti difficili: i viaggi da bambino, Milano-Palermo, l’assalto al treno, l’odore di frittata. Ricordando quelle cose riconosci il dolore e la solitudine degli altri».

Ripercorrendo la sua carriera, ricorda anche quando interpretò Trump da Fazio, prima che diventasse presidente: «Mi aveva colpito il suo modo di fare, il potere mediatico che aveva già, alcune dichiarazioni. Era già una figura televisiva potentissima». Infine, anticipa che sta lavorando a nuovi personaggi, tra cui uno in particolare: «Sì: il “quasi generale”. Che non è Vannacci. È quasi perché ha il doppio mento e si sa che l’estetica in quei campi conta. Ma è “quasi” anche nel linguaggio: quasi guerra, quasi ordine, quasi vittoria».

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