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Pucci, la polemica Sanremo è un regalo per il comico (che non fa ridere): tanta popolarità non l’aveva mai vista

Pucci, la polemica Sanremo è un regalo per il comico (che non fa ridere): tanta popolarità non l’aveva mai vista. Prima il sì, poi il no, infine il caos. Nel giro di pochi giorni un comico che fino a ieri riempiva i teatri del suo pubblico affezionato ma senza particolari scossoni mediatici si è ritrovato al centro di un dibattito nazionale, come se fosse improvvisamente diventato un protagonista della cultura italiana.

Eppure stiamo parlando pur sempre di un comico, uno di quelli che campa dignitosamente di serate sold out, ma che difficilmente qualcuno avrebbe definito imprescindibile o rivoluzionario. E invece eccolo lì, catapultato sulle prime pagine di quotidiani e telegiornali, con una notorietà che probabilmente non aveva mai avuto prima.

La miccia è stata l’ipotesi di una sua co conduzione a una serata del Festival di Sanremo, invito arrivato direttamente dal conduttore e direttore artistico. Annuncio fatto, reazioni immediate: critiche, insulti, minacce, indignazione social a ciclo continuo. Risultato finale: ritiro del comico, tanto di vittimismo annesso. Perché, come spesso accade, il passo dal palco al martirio mediatico è breve, soprattutto quando si decide di indossare la comoda armatura del “non si può dire più niente”.

Perché tanto clamore

Ma tanto clamore non arriva certo per la raffinatezza della sua comicità, né per un linguaggio satirico particolarmente innovativo. Il problema, semmai, è proprio l’opposto: quella di Pucci è una comicità che profuma di anni Ottanta, con battute che sembrano uscite da uno spogliatoio di provincia, e una visione del mondo ridotta a prese in giro sull’aspetto fisico, sull’appartenenza politica o sull’origine geografica. Donne, politici, napoletani: il menù è sempre lo stesso, servito con la convinzione che basti alzare la voce e dire qualcosa di sgradevole per fare satira.

Emblematica la vicenda delle battute su Elly Schlein, ridotta a una sequenza di commenti su denti, orecchie e fotografie venute male. Nessuna critica politica, nessuna ironia sul ruolo pubblico o sulle idee. Solo l’estetica, come se fossimo ancora all’intervallo di una recita scolastica. E quando arriva il momento delle scuse, ecco il capolavoro: pentirsi senza pentirsi. Ammettere la “follia” del momento, salvo poi ribadire che la battuta la rifarebbe identica. Insomma, il classico girotondo retorico che porta sempre allo stesso punto.

Nel frattempo, per lanciare la sua partecipazione a Sanremo, aveva pensato bene di pubblicare una foto di nudo artistico improvvisato, fondoschiena in primo piano e mare sullo sfondo. Una scelta che voleva essere provocatoria e ironica, ma che finisce per sembrare solo l’ennesimo tentativo disperato di far parlare di sé. E infatti ha funzionato, perché oggi il suo nome è ovunque, discusso, analizzato, difeso, attaccato. Una visibilità che molti comici più brillanti, ma meno rumorosi, possono solo sognare.

Il paradosso

Il paradosso più grottesco è vedere leader politici e figure istituzionali, con un Paese pieno di problemi reali, spendere tempo ed energie per commentare il caso di un comico che reputo mediocre. Come se il destino culturale dell’Italia passasse davvero dalle battute su orecchie e denti. Non è la satira a essere sotto attacco, ma una comicità pigra che si nasconde dietro lo scudo della libertà d’espressione per non ammettere la propria mancanza di idee.

Pucci si definisce l’unico comico di destra, come se fosse un titolo nobiliare o una categoria protetta. Peccato che essere di destra, di sinistra o di qualsiasi altra parte non autorizzi automaticamente a dire qualunque sciocchezza e a pretendere pure l’applauso. Il punto non è l’orientamento politico, ma la povertà del materiale comico. Perché qui non siamo davanti a una satira che colpisce il potere, smaschera ipocrisie o fa pensare. Siamo davanti a battutacce da scuola dell’obbligo, quelle che fanno ridere forse a tredici anni e imbarazzano già a quattordici.

Alla fine resta una certezza: questo comico, che spesso non fa ridere, oggi è più famoso di ieri. Non per il talento, non per la qualità, ma per il rumore. E in un’epoca in cui basta indignare per esistere, forse è questa la battuta più amara di tutte (Sic).

Carmine Gallucci
direttore@brevenews.com

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