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Chiara Francini: “Critiche? Hanno un peso solo in un caso. La mia non è una posa: è una scelta che costa”

Chiara Francini: “Critiche? Hanno un peso solo in un caso. La mia non è una posa: è una scelta che costa”. Chiara Francini sulle critiche, e non solo. L’attrice, scrittrice, autrice e conduttrice toscana, 45 anni, parla senza peli sulla lingua in una intervista a ‘Il Giornale’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

Chiara Francini non si risparmia e non risparmia nulla al pubblico: stereotipi, illusioni, percezioni di identità femminile, maternità ed emotività vengono setacciati in un mix di narrazione, teatro civile e avanspettacolo. Quando le si chiede che cosa abbia di speciale ciò che dice, lei risponde senza esitazioni, rivendicando la natura profonda del proprio approccio: «L’autenticità, forse. Che non significa andare di pancia. È un lavoro che poggia sull’uso dello spirito critico. Autenticità non è una parola addomesticabile, non è quella che oggi va di moda. È un atto politico: dire ciò in cui credo assumendomene le conseguenze. Sono disposta a perdere qualcosa pur di non tradirmi. La mia non è una posa: è una scelta che costa, ma che non è contrattabile. Penso che il pubblico mi ascolti — parlo dei libri che scrivo, dei pezzi che scrivo, dei monologhi, delle opinioni — perché capisce che non “vendo” nulla».

Chiara Francini: “Critiche? Hanno un peso solo in un caso”

Proseguendo, emerge come il suo modo di stare al mondo venga spesso percepito come un continuo spiazzare; ma lei chiarisce subito che non è questo il punto, perché «Il mio pormi non ha a che fare con lo stupire. Dipende da come fai le cose». Da qui si passa naturalmente al tema delle appartenenze e delle critiche — politiche, sociali, culturali — che la riguardano. Francini non le elude, ma ne definisce con precisione il valore: «Mi interessano tutte e nessuna. Nessuna se sono frutto di una semplificazione estrema e autoritaria. Hanno un grande peso se riflettono e veicolano un pensiero critico. Quando sostituiscono il pensiero, quando diventano identità rigide, slogan, tifoseria, smettono di essere strumenti e diventano gabbie. Credo nel dubbio come forma di rispetto dell’intelligenza».

Il discorso scivola poi sulla sua identità, spesso associata all’idea di “provinciale”. Lei non la rifiuta, anzi la riconosce come parte fondante di sé: «Lo sono. Nel bene e nel male siamo ciò che siamo perché siamo stati nutriti o denutriti da quel posto». Infine, parlando di riti collettivi e immaginario popolare, arriva inevitabile la domanda su Sanremo. Francini non ha dubbi e lo rivendica con naturalezza: «Certo che lo guarderò. Sanremo è un rito collettivo, un grande teatro popolare. Lo si può criticare, amare, discutere, ma racconta sempre qualcosa di noi come Paese».

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