Home » Jasmine Trinca: “In La gioia sono una mamma cannibale. Il destino mi ha mandato una figlia che è una risposta a quello che sono io”
Cinema Spettacolo

Jasmine Trinca: “In La gioia sono una mamma cannibale. Il destino mi ha mandato una figlia che è una risposta a quello che sono io”

Jasmine Trinca: “In La gioia sono una mamma cannibale. Il destino mi ha mandato una figlia che è una risposta a quello che sono io”. Jasmine Trinca su La gioia, e non solo. L’attrice e regista romana, 45 anni, veste I panni di una mamma “cannibale” nel film di Nicolangelo Gelormini. Ne parla in una intervista a ‘Io Donna’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

Jasmine Trinca racconta che questo film nasce dalla realtà, e riflette su come questo influisca sul modo di affrontare un personaggio. Spiega che Non c’è un modo solo di entrare in contatto con la realtà, ricordando come, quando decise di fare il film sul caso Cucchi, avesse senso provare a incarnare quella storia per farla risuonare oltre la vicenda pubblica e politica, segnata da molte zone d’ombra. Per lei il cinema può far esistere anche ciò che è stato negato, come la tortura subita da Stefano Cucchi, pur distinguendo i fatti processuali da ciò che un’attrice può fare. Racconta che si trattava di una partecipazione da cittadina, all’antica, e che non l’appassionano i film di cronaca in sé, perché quel territorio è già coperto da strumenti come Un giorno in pretura».

Da attrice, dice, non può pensare di fare qualcosa di meglio di quello. Ma film come quello e come La gioia esistono perché parlano di uomini e donne, non solo di tragedie. Attraverso La gioia, aggiunge, vale la pena raccontare la fame disperata e il vuoto di senso in cui talvolta le persone si dibattono, perché ci mette in allerta e perché non è qualcosa che possiamo davvero tenere a distanza. Persone così, confessa, le ha incrociate e talvolta viste da vicino.

Jasmine Trinca: “In La gioia sono una mamma cannibale”

Passando al tema del materno, che in La gioia assume forme disturbanti e ambigue, Trinca riconosce che è un territorio che non ha mai smesso di indagare, anche da regista con Marcel!. Afferma infatti: «È così, e lo è nei due sensi […] Quello di La gioia è un materno che travalica il limite. Una donna ha un figlio, bello come il sole, “la sua opera d’arte” dice, ed è una donna che non avrà mai altra occasione di creare qualcosa di grandioso se non questo essere umano. Un materno imprevisto, che si permette di baciare il figlio in bocca, ambiguo, opaco. Io adoro il tema del trapasso carnale, ma questa volta siamo di fronte a una forma di appropriazione che vuole andare più in là, significa divorare quel figlio che ha nutrito fino a un momento prima. Il loro è uno scambio cannibale. Il materno può essere tutto questo. Per forza ho pensato alle cose mie personali quando la interpretavo. Le ripenso ogni volta che faccio una madre, visto che ormai, considerata l’età, mi fanno fare soprattutto madri… Mi piace provare a fare racconti di un materno diverso, non quello auspicabile, ma quello complesso contraddittorio, che sia tempesta più che rifugio. Perché quel materno esiste e idealizzare il femminile è un errore».

Jasmine Trinca: “Da sempre sento di voler stare nel movimento più che nella quiete e nella contemplazione”

Riflettendo poi sul femminile e sulla militanza, Trinca spiega quanto questo abbia influito sulle sue scelte politiche. «Da sempre sento di voler stare nel movimento più che nella quiete e nella contemplazione», dice, riconoscendo che la relazione primaria con il luogo in cui si cresce – rifugio e tempesta – plasma anche il modo in cui ci si muove nel mondo. Racconta degli incontri fondamentali con donne che le hanno svelato una visione politica, poi cresciuta dentro di lei. La sua militanza, anche se tardiva, spera sia utile: quando parla delle molestie subite o della disparità di genere, non lo fa per denunciare un mondo ingiusto, ma perché sa che la sua parola può risuonare per chi verrà dopo. Non le interessa, alla sua “veneranda età”, avere le luci della ribalta puntate addosso.

Jasmine Trinca: “L’assemblea è un incontro tra donne molto trasversale”.

Quando si parla del passaggio da “Dissenso comune” a “L’assemblea”, Trinca descrive quest’ultima come un luogo trasversale, non gerarchico, un cerchio in cui tutte sono sullo stesso piano. «L’assemblea è un incontro tra donne molto trasversale per età e professione, non è gerarchico, è un cerchio dove siamo tutte sullo stesso piano. C’è quello e ci sono i film. Gli occhi degli altri, per esempio, non parla solo di femminicidio, ma anche di rapporti di potere, emancipazione e desiderio. In un periodo in cui si parla tanto di sicurezza, distorcendone il significato, faccio mio il motto femminista “Le strade libere le fanno le donne che le attraversano”, ribaltandolo: “Le vite libere le fanno le donne che ci attraversano”. Sono state la vita e la parola delle altre a fare di me quella che sono adesso».

Alla domanda sul desiderio di essere vista, forse all’origine della scelta del mestiere, Trinca risponde con sincerità: «Inizialmente sì. E la ragione per cui, crescendo, ho voluto ribaltare lo sguardo e passare dall’altra parte. Ed è anche la ragione per cui ho scelto di essere in un film che prevede l’esposizione del corpo di una donna non più giovane. Io, del resto, non ho mai puntato su quello. Non sono né “bona” né bella, non ho fatto della mia bellezza una possibilità. Però sono, come tutte le donne, in difficoltà con il diventare grande. E fare l’attrice non aiuta. Oltre a essere spaventata del tempo che passa sul mio corpo c’è quell’altra parte di me che vuole sempre fare politica delle cose e che quindi pensa che sia giusto mostrare quel corpo, un corpo guardato, abusato, gaudente, trionfante, ammazzato».

Jasmine Trinca: “Il destino mi ha mandato una figlia che è una risposta a quello che sono io”.

Infine, parlando del servizio che vuole rendere alle ragazze più giovani, emerge il rapporto con sua figlia Elsa. «La piccola Elsa è una donna fatta e finita. Ha 17 anni e il destino mi ha mandato una figlia che è una risposta a quello che sono io. Mi piace scoprire la sua differenza. Non ho mai immaginato per lei una professione, un futuro, ma sicuramente le ho fatto una testa così con la militanza. E lei subito si è mostrata diversa da me. Questo mi ha suscitato ancora più rispetto. Non è facile per una figlia fare i conti con lo sguardo di una madre con idee come quelle che ho io. Ma Elsa mi ha spiazzato, perciò la osservo, guardo con curiosità la formazione di una giovane donna. Una volta le ho fatto una dedica: “Cresci forte, libera e coraggiosa”. E libera vale per tutto».

Seguici anche su Facebook. Clicca qui 

Loading...
Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com