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Dalla mano dell’arbitro alla mano de Dios: Chivu getta la maschera nel modo peggiore possibile

Dalla mano dell’arbitro alla mano de Dios: Chivu getta la maschera nel modo peggiore possibile. Ci sono conferenze stampa che servono a spegnere incendi. E poi ci sono quelle che riescono nell’impresa opposta: gettare benzina sul fuoco e, già che ci siamo, soffiarci sopra con convinzione. Protagonista dell’ultima lezione di comunicazione creativa è l’allenatore dell’Inter, Cristian Chivu, intervenuto alla vigilia della sfida di Champions League contro il Bodo Glimt.

Il tema caldo era la simulazione di Bastoni e la conseguente espulsione di Kalulu, episodio che ha acceso polemiche e discussioni. Fin qui, tutto nella norma: il calcio vive di episodi controversi, interpretazioni e recriminazioni. Ma quando Chivu ha deciso di difendere la categoria con un tuffo carpiato nella storia, qualcosa è andato storto. Molto storto.

“A me non interessa cosa si dice in posti dove c’è magari un po’ di frustrazione… bisogna smettere di lamentarsi per episodi che accadono ogni domenica, dai tempi di Maradona che fa un gol con la mano e nessuno l’ha criticato”, ha detto il tecnico nerazzurro.

Ora, evocare Diego Armando Maradona non è mai un’operazione neutra. Farlo parlando della celebre “mano de Dios” contro l’Inghilterra significa maneggiare materiale altamente infiammabile. Sostenere poi che “nessuno l’ha criticato” equivale a lanciarsi in un dribbling retorico senza pallone, senza campo e possibilmente senza bussola.

Benzina sul fuoco

Il risultato? Una frase che ha fatto sobbalzare i tifosi del Napoli, e non solo. Perché tirare in ballo un’icona assoluta per minimizzare una simulazione contemporanea è un paragone che definire azzardato è un esercizio di generosità.

Fino a ieri Chivu si presentava come il paladino della calma, il tecnico riflessivo, l’uomo che invita alla sportività e alla misura. Poi, all’improvviso, la svolta: dalla mano dell’arbitro alla mano de Dios, dal fair play al revisionismo calcistico. Il tutto in un’unica dichiarazione. Un cambio di rotta che somiglia più a uno scivolone su una buccia di banana che a una strategia comunicativa ponderata.

Il punto non è discutere l’episodio storico, né riscrivere la narrativa attorno al gesto più iconico che il Calcio abbia mai visto. Il punto è il contesto. Utilizzare quell’evento per liquidare le polemiche odierne suona come una scorciatoia, un modo per dire “è sempre stato così” e chiudere il discorso. Peccato che nel calcio moderno, tra Var, replay e moviole al rallentatore, certe semplificazioni rischino di apparire fuori tempo massimo.

E così, mentre si preparava a parlare di tattica, pressing e transizioni in vista dell’impegno europeo (clamorosamente toppato vista la sonora sconfitta), l’allenatore nerazzurro è finito al centro della scena per una frase che ha fatto più rumore di qualsiasi schema offensivo. Dalla mano dell’arbitro alla mano de Dios, il passo è stato assai breve. Forse troppo. E nel tentativo di ridimensionare le polemiche, Chivu ha finito per amplificarle, mostrando quello che probabilmente è il suo vero volto, meno zen e decisamente più compatibile con l’atteggiamento falloso e aggressivo che mostrava da calciatore.

La leggenda

Parlare di Diego Armando Maradona significa evocare molto più di un semplice fuoriclasse: significa chiamare in causa un’epopea. Campione del mondo nel 1986, trascinatore assoluto di un’Argentina che viveva di lampi e della sua luce, idolo capace di trasformare una città intera in religione calcistica, Maradona è stato vittoria, carisma e rivoluzione insieme.

A Napoli ha riscritto la geografia del potere pallonaro, portando uno scudetto dove sembrava impossibile anche solo sognarlo, e lo ha fatto con una personalità debordante, teatrale, magnetica. In campo era genio puro e ribellione, fuori era mito popolare, volto riconoscibile in ogni angolo del pianeta.

Le sue giocate non erano solo tecnica sopraffina, ma atti di fede calcistica: dribbling che piegavano le leggi dell’equilibrio, assist che sembravano intuizioni profetiche, gol che diventavano racconti tramandati di generazione in generazione.

Maradona non è stato soltanto un campione vincente, è stato un fenomeno culturale capace di fondere talento, fama e personalità in un’unica, irripetibile leggenda. Forse, prima di scomodare leggende che appartengono all’eternità del calcio, Chivu farebbe meglio a restare nel suo recinto e limitarsi a parlare della sua squadra.

Carmine Gallucci
direttore@brevenews.com

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