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Marisa Laurito: “A Sanremo dovevo cantare con Carosone, poi è scoppiata una lite. Mi buttai sotto l’auto di Fellini”

Marisa Laurito: “A Sanremo dovevo cantare con Carosone, poi è scoppiata una lite. Mi buttai sotto l’auto di Fellini”. Marisa Laurito su Sanremo e il retroscena della lite tra Carosone e Pazzaglia, la finta con Federico Fellini, e non solo. L’attrice napoletana, 74 anni, ripercorre le tappe della sua vita privata e professionale in una intervista a ‘La Stampa’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

Marisa Laurito racconta che tutto iniziò con l’incontro – prima immaginato e poi reale – con Eduardo De Filippo. «Da ragazzina, invece di ascoltare i professori, leggevo sotto il banco le sue commedie. Finita la scuola, andavo davanti al suo teatro, il San Ferdinando, a Napoli: lo incrociavo, ma non avevo il coraggio di fermarlo. Finché un amico attore, Sergio Solli, non mi procurò un provino».

Quando finalmente si presentò quel momento, l’atmosfera fu memorabile. «Eduardo mi ricevette in uno studio cupo, vestito con un completo blu, la camicia rosa come la pelle impregnata di fondotinta di scena. Ascoltò un monologo, prese il copione e modificò qualche parola per evitare di farmi pronunciare la mia “r”. Poi disse: “Bene, potete andare a firmare il contratto”. Era il giorno in cui compivo 21 anni, la maggiore età di allora: così non dovetti chiedere il permesso ai miei genitori».

La famiglia, però, non accolse subito con entusiasmo la sua scelta. «Quando capirono che facevo sul serio, accadde l’inferno. Papà insisteva che studiassi: mi ero iscritta in Psicologia, non a Napoli ma a Roma, la meta dei miei sogni. Coi primi guadagni, presi in subaffitto insieme a Marina Confalone una casa stupenda, dove passarono molti attori: tutti bravi e tutti squattrinati. Si dormiva anche nella vasca da bagno, si allestivano improvvisate scenografie, ci si dava una mano pure a dipingere le pareti».

Marisa Laurito: “A Sanremo dovevo cantare con Carosone, poi è scoppiata una lite”

La passione per i colori era già una costante. «Ho sempre adorato i colori, così tinteggiavo ogni anno. Dopo che in un film vidi una casa tutta rosa con il lambrì nero, volli replicarla: fu Roberto Benigni ad aiutarmi». E in quella casa, vivace e sempre aperta, passavano molti volti destinati a diventare noti. «Tanti. Sergio Castellitto: mi accompagnava al cinema con una macchina scassata e, all’uscita, mi diceva: “Vorrei diventare come Al Pacino”. O Massimo Ranieri, l’unico già famoso: veniva a casa a mangiare le mie pizzette, che adorava».

Il legame con la cucina, del resto, sarebbe arrivato fino al palco dell’Ariston. «Al Festival, in realtà, dovevo andare con Roberto Carosone su un testo di Riccardo Pazzaglia. Ma litigarono, e c’era già il mio nome in cartellone: dovetti correre ai ripari, trovando una canzone nuova, scritta da Salvatore Palomba ed Eduardo Alfieri».

Nel frattempo, la sua vita artistica si intrecciava con incontri decisivi, come quello con Renzo Arbore, avvenuto grazie a Luciano De Crescenzo. «Sì. Eravamo già amici inseparabili quando Renzo mi propose di partecipare a “Quelli della notte”. Avevo appena firmato con il Bagaglino di Pier Francesco Pingitore, ma lui mi liberò con gran signorilità. Fu un salto nel buio, ho sempre scelto d’istinto». Una scelta che si rivelò vincente. «Fu un successo inaspettato. Renzo mi insegnò a volare nell’improvvisazione, ma sempre dentro una cornice molto ragionata. Insieme a Ugo Porcelli, un grande produttore, si costruiva un canovaccio attorno a un personaggio, un po’ come nelle improvvisazioni della commedia dell’arte».

Marisa Laurito: “Mi buttai sotto l’auto di Fellini”

Il rapporto con De Crescenzo, invece, risale a qualche anno prima. «Nel 1978. Avevo ottenuto il mio primo ruolo da protagonista ne “La mazzetta” di Sergio Corbucci e dopo che fui scelta andammo tutti a cena da Nino Manfredi, la star del film. C’era anche Luciano, che aveva scritto la sceneggiatura. E proprio come accade al cinema, a poco a poco Manfredi scivolò in secondo piano mentre De Crescenzo balzò ai miei occhi: intuì quasi subito che sarebbe stato un pezzo importante della mia vita».

Un altro grande maestro che avrebbe voluto incontrare sul set era Federico Fellini. «E non sa quanto avrei voluto! All’inizio degli anni Ottanta andai più volte a Cinecittà per cercare di incontrarlo: stava montando “E la nave va”, quando vidi che usciva con la macchina finsi di buttarmi sotto. Lui scese urlando: “Signorina!”. Simulai di essere svenuta, poi tirai fuori delle fotografie: “Sono una grande attrice drammatica, non è vero?”. Fellini scoppiò a ridere, mi invitò in ufficio, feci il provino. Ma quella pantomima non funzionò: non mi richiamò».

Qualche anno dopo arrivò invece un’esperienza intensa e pericolosa sul set di «Terre nuove», accanto a un giovanissimo Antonio Banderas. «Durante le riprese in Venezuela rischiammo più volte la pelle: a un certo punto ci trovammo stretti su una montagna con la polizia che sparava da entrambi i lati. In mezzo, Banderas, il regista Calogero Salvo e io. Mi buttai a terra e trascinai giù entrambi. Antonio fuori dal set era simpaticissimo: da allora non l’ho più rivisto, mi piacerebbe rincontrarlo».

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