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Nino Manfredi, il figlio Luca: “Il Cinema non lo voleva. Ho conosciuto mia sorella al suo funerale. Difetti? Soprattutto uno”

Nino Manfredi, il figlio Luca: “Il Cinema non lo voleva. Al suo funerale ho conosciuto mia sorella. Difetti? Soprattutto uno“. Nino Manfredi, il figlio Luca, regista e sceneggiatore, 67 anni, ripercorre i momenti più significativi della vita vissuta con celebre papà in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Luca racconta che ha dedicato a suo padre, il grande attore Nino Manfredi, un libro intitolato «Un friccico ner core», riprendendo proprio una frase della celebre canzone. Spiega che «sì, insieme al film-tv In arte Nino e il documentario Uno, nessuno, cento Nino, è uno dei miei omaggi postumi, dove però non ne faccio un santino, ma descrivo pregi e difetti. È stato un attore coraggioso, moderno per i suoi tempi e, tra l’altro, si è fatto interprete della “perdenza”, cioè di personaggi sconfitti come il protagonista di Pane e cioccolata: insomma, il portatore di una risata amara, come quella del suo idolo, Charlie Chaplin».

Ricorda poi la formazione del padre all’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico, sottolineando come quella preparazione abbia segnato profondamente il suo modo di recitare. «Infatti, la sua era una recitazione apparentemente naturale, invece era frutto di uno studio maniacale, grazie agli insegnamenti di Orazio Costa, che gli diceva: prima della parola, occorre imparare a esprimersi col corpo, con esercizi di mimica, e cioè, se per esempio devi fare un personaggio nevrotico, ispirati ai movimenti di una formica… Dino Risi lo aveva soprannominato l’“orologiaio”, perché era un camaleonte, si trasformava nei personaggi, ti dimenticavi dell’attore e vedevi solo il personaggio».

Nino Manfredi, il figlio Luca: “Il Cinema non lo voleva”

Dalla scuola al palcoscenico, il passaggio fu naturale, ma Luca spiega perché il padre abbandonò presto il teatro per dedicarsi al cinema, nonostante le difficoltà iniziali. «La sua passione è stata sempre il cinema, che però non lo voleva: gli dicevano che aveva una faccia da perdente, non del vincente. Quello era il periodo dei belloni, tipo Amedeo Nazzari, dunque non lo ritenevano adatto al grande schermo. E allora cominciò a lavorare, per mantenersi, nel doppiaggio… Tra gli altri, doppiò Marcello Mastroianni in un paio di film… Lo definirei: un falso d’autore».

Nel ricordo del figlio emerge anche l’uomo privato, con le sue abitudini semplici e radicate. «Nino era un tipo schietto… vantava origini contadine, di cui si sentiva molto orgoglioso, tanto che quando comprò il villino all’Aventino, la prima cosa che fece fu quella di piazzare nel giardino un pollaio, dove ogni giorno andava a controllare se le galline avevano sfornato le uova, che gli piacevano tanto… poi piantò un nespolo come quello che il nonno materno Giovanni aveva piantato in Ciociaria, e glielo dedicò».

Quel villino, racconta Luca, arrivò nella vita di Nino quasi per caso, durante una lavorazione cinematografica. «Ettore Scola vi aveva girato una scena del film C’eravamo tanto amati, quella in cui Stefania Sandrelli tenta il suicidio e papà, che nel film impersona l’infermiere che la salva dal disperato gesto, durante la lavorazione viene a sapere che quel villino era in vendita… al termine delle riprese, lo comprò: fu un affare».

Nino Manfredi, il figlio Luca: “Ho conosciuto mia sorella al suo funerale”

Luca non nasconde che, accanto al talento e alla schiettezza, il padre avesse anche dei difetti. «Tanti, aveva un carattere difficile». E racconta che lavorare con suo padre non fu semplice, anche se l’eredità più grande che gli lasciò fu quella di un insegnamento di vita: «Innanzitutto, Nino è stato un insegnante di vita, perché veniva dalla povertà: era molto rispettoso del denaro, del cibo… a casa non si buttava via niente, riciclava gli avanzi, persino i vini avanzati li miscelava in un unico bottiglione che riponeva in frigorifero: lo avevamo soprannominato il “piccolo chimico” di schifezze imbevibili… E, col suo caratterino, lavorare insieme non è stato tanto facile. Una volta facemmo una litigata furiosa…».

Da quell’episodio nacque uno scontro memorabile, che Luca ricorda con precisione. «Anni Novanta, eravamo a Tolosa, a girare una serie tv. Una sera, lui viene nella mia camera in hotel, perché c’era una scena che non lo convinceva e intendeva riscriverla. Sotto la sua dettatura, mi metto a cambiare le battute e quant’altro. Il giorno dopo, mentre la stavamo girando, irrompe sul set chiedendo molto arrabbiato: ma chi l’ha scritta ‘sta stronzata? Gli rispondo: l’hai scritta tu. E lui insiste inviperito: no, l’hai scritta tu e sei un cretino, è colpa tua non capisci niente, io faccio questo mestiere da 40 anni! Andai su tutte le furie e, urlando “sono tutte parole tue!”, gli sono saltato al collo. Ci hanno dovuto separare e quel giorno non abbiamo più girato niente».

Nino Manfredi, il figlio Luca: “Difetti? Soprattutto uno”

Nonostante la violenza dello scontro, il tempo portò con sé una riconciliazione fatta di tenerezza e di ruoli invertiti. «Certo… rammento la grande tenerezza, che molti anni dopo, mi fece quando, tra noi, si erano ribaltati i ruoli. Nino lavorava di meno ed era assalito dalle insicurezze. Io stavo preparando la serie-tv Un posto tranquillo e mi chiese se, per caso, ci potesse essere una particina per lui. Cioè lui, un gigante dello spettacolo, chiedeva a me, che ero praticamente alle prime armi, una raccomandazione per interpretare un ruolo! E sono stato proprio io a raccomandarlo alla produzione!».

Tuttavia, nonostante questi momenti di dolcezza, Nino non era incline ad ammettere i propri errori. «No, e di scuse soprattutto a mamma ne avrebbe dovute chiedere parecchie…». Il riferimento è alle sue frequenti scappatelle, che Luca ricorda con un misto di ironia e amarezza. «Eh già… dopo la prima notte di nozze, Nino la guarda stralunato ed esclama scherzando: “ E mo’ devo sta’ co’ te per tutta la vita?”…. tutto si può dire, tranne che fosse un marito fedele».

Da una di queste avventure, in Bulgaria, nacque anche una sorellastra, Tonina. «Non aveva intenzione di riconoscerla ma fu costretto a tornare a Sofia, dove era stata concepita, per sottoporsi alle analisi del sangue: dal Dna venne fuori la verità. Io l’ho conosciuta al suo funerale. Tina mi venne vicino e mi disse: sono tua sorella. Io le risposi: quale migliore occasione di questa per conoscerci? E pensare che Erminia rinunciò alla sua carriera da indossatrice per dedicarsi completamente a lui. È stata il suo puntello, gli ha dato stabilità nei 50 anni che hanno condiviso. Senza di lei, forse, si sarebbe perso: d’altronde, accanto a grandi uomini ci sono sempre grandi donne».

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