Dori Ghezzi: “De André? Considero un’offesa una parola. Il sequestro non è stato il momento peggiore della mia vita”. Dori Ghezzi su De André, il sequestro, la carriera, e non solo. La cantante, 80 anni il prossimo 30 marzo, ripercorre le tappe della sua vita privata e professionale in una intervista a ‘Vanity Fair’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.
Dori Ghezzi riflette innanzitutto sulla sua capacità di raccontarsi, ammettendo che «sono sempre stata schiva». Ricorda come, dopo anni di popolarità, abbia pensato: «Meglio lasciare prima che qualcuno ti dica di non poterne più di te». Oggi, quando vede in televisione certi personaggi ancora esposti, sorride amaramente, perché la verità è che esibirsi è sempre stato il suo punto debole: «i vestiti, il trucco, l’attenzione». Di quel lavoro, confessa, ciò che amava davvero era «l’alchimia che si creava col pubblico».
Quando le si fa notare che ha alle spalle ottant’anni di vita e sessanta di carriera, lei stessa ammette con stupore: «Sa che questa cosa fatico a metabolizzarla? Quando parlano di quelli nati negli anni Quaranta, io mi guardo attorno». È un modo per dire che non si riconosce del tutto nelle etichette anagrafiche.
Dori Ghezzi: “De André? Considero un’offesa una parola”
Ragionando poi su come si percepisce oggi, racconta di aver capito presto la propria natura: «Ho capito di essere nata già “donnina”». Ricorda quando, a 5 o 6 anni, vivevano ancora a Lentate sul Seveso e sua madre, miniatrice che correggeva a mano le fotografie, la mandava da sola a Milano coi mezzi pubblici per consegnare il lavoro: «Si fidava». E aggiunge che, a un certo punto, si disse: «Adesso ti tocca fare la ragazzina».
Alla domanda su che ragazza sia oggi, risponde con una sincerità quasi disarmante: «Una ragazza che deve ancora scoprire cosa voglia dire avere un attimo di tempo per sé. Sono fatta per occuparmi di qualcosa, sempre all’erta».Ripensando all’inizio della sua carriera, ricorda lo zio Piero, che nel 1966 la iscrisse al concorso che le cambiò la vita. Oggi gli direbbe che «forse è lui che ha deciso per me, e io in qualche modo l’ho accontentato». E aggiunge un ringraziamento speciale, perché «è facendo la cantante che ho incontrato Fabrizio».
Dori Ghezzi: “In Italia mi stavano più a guardare che ad ascoltare”
Quando si parla di occasioni perse, sorprende con una riflessione controcorrente: «Ho avuto tante cose belle nella vita, ma le più belle professionalmente sono state quelle perse». Spiega che spesso qualcuno si è intromesso remando contro per interessi personali. Per questo, quando con Wess vinse Canzonissima, la sua prima reazione fu: «Da oggi è finita».
E porta un esempio emblematico: «Nel 1973 incisi Non ci contavo più, una cover di Ben di Michael Jackson: sono stata la prima nel mondo a poter rifare un suo brano». Ricorda come Berry Gordy Jr. della Motown chiese il disco per ascoltarlo, e come, un paio d’anni dopo, venuto in Italia, la riconobbe e si innamorò artisticamente di lei e Wess, proponendo un contratto di cinque anni: «Sarei stata l’unica bianca della sua casa discografica, tra Marvin Gaye e Stevie Wonder. In Europa si sarebbe occupato di noi George Martin, quello dei Beatles. Una cosina da niente».
Ma poi tutto sfumò: «Poi non se ne fece nulla, perché Wess non poteva tornare in America, in quanto disertore. Così mi dissero». Aggiunge che, se l’avesse saputo in tempo, forse una soluzione si sarebbe trovata, ma «hanno deciso gli altri per me». Poi riflette sul perché abbia avuto successo. «Me lo chiedo anch’io». In Italia, dice, «mi stavano più a guardare che ad ascoltare. Non mi consideravano una vera cantante». All’estero, invece, era diverso: «In Brasile io e Wess eravamo molto popolari». Ricorda con vivacità che avevano tre brani nella top ten di Billboard, che finivano nelle telenovelas e che «la gente impazziva».
Dori Ghezzi: “Il sequestro non è stato il momento peggiore della mia vita”
Nel corso dell’intervista, le viene chiesto se, a un certo punto della sua vita, non sia stata considerata più come cantante e più come compagna – e poi vedova – di Fabrizio De André. «Quella è una parola che proprio non mi piace: vedova. È quasi un’offesa. Io continuo a pensarlo presente. Ma le rispondo: no, non c’entra nulla. La vita è un dare e avere. È una questione di scelte, io ho fatto le mie».
Il discorso si sposta poi sul peso della figura di Fabrizio, e sulla possibilità che fosse percepito come più “importante” di lei. La cantante precisa: «Dipende in quale modo. Ma lo era, sicuramente. Lui scriveva, era un compositore. Io non prendo neanche gli appunti». Si entra poi nella dimensione privata, cercando di capire come questa differenza di ruoli si vivesse nella quotidianità. Lei racconta che «Noi ci compensavamo in tutti i modi. Io ero indispensabile per lui, lui lo era per me. Diceva sempre che se non mi avesse incontrata, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente anche per lui. A un certo punto voleva persino mollare tutto».
Quando le viene chiesto quale sia stato il momento più duro della sua vita, risponde con memoria selettiva, che privilegia la luce all’ombra: «Ricordo i momenti belli e dimentico quelli brutti. Però ne ho avuti. Il sequestro non è certamente stato il più brutto, e quelle persone non sono state le peggiori che abbia mai incontrato. Perché con loro, in qualche modo, abbiamo creato un dialogo». Il dialogo prosegue cercando di capire cosa possa essere stato peggio del sequestro, e lei non ha dubbi: «Le delusioni delle persone con le quali pensavo di potere avere affinità e un dialogo. E invece scopri di esserti sbagliata. Non a caso siamo in un momento storico terribile».
Dori Ghezzi: “Mio nipote non si chiama De André”
Si parla poi del futuro, guardando al nipote, e lei lo descrive con affetto e lucidità: «Demetrio ha 11 anni. È uno che se la caverà, perché è maturo, è già un ometto, mi somiglia. Ma non si chiama De André: mia figlia Luvi ha deciso che avesse il cognome di suo padre. Perché sa, devono anche un po’ smetterla con questa storia del cognome pesante da portare». Alla domanda su quale sia la cosa non vera che più la infastidisce, risponde senza esitazioni: «Un sacco: la peggiore è che mi sarei arricchita tramite la Fondazione».
Si arriva poi al tema dell’amore dopo la morte di Fabrizio, e lei racconta con sincerità il proprio percorso emotivo: «Non mi sono imposta nulla: le cose sono andate così. A volte penso anche che se qualcuno volesse proporsi, sapendo che sono stata la moglie di De André, forse non oserebbe nemmeno svelarlo. Ma posso dirle la verità? Ci sarebbe anche stato un qualcuno che mi ha fatta risentire donna nel vero senso della parola. Ma solo un pochino, non tanto. Non “abbastanza per”». Infine, le viene chiesto se oggi sia una ragazza felice. La risposta è sospesa tra il personale e il mondo che la circonda: «Di mio lo sarei. Ma poi ti guardi attorno, accendi la televisione e ti metti a piangere. Come fai a essere felice in un mondo così divisivo?».
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