Rupert Everett: “Vangelo di Giuda? Anch’io ho tradito tanto. Problemi dopo il coming out ma l’Italia mi ha aperto le porte”. Rupert Everett sul Vangelo di Giuda, e non solo. L’attore britannico, 66 anni, è Caifa, il capo sacerdote del Sinedrio che mandò a morte Gesù nel film di Giulio Base, nelle sale dal 2 aprile. Ne parla in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Rupert Everett racconta che, quando ha letto il copione de Il Vangelo di Giuda, la prima impressione è stata di trovarsi davanti a un testo «ben scritto, pieno di fantasia, e che Giuda è parte di un puzzle». Spiega che nel film pronuncia anche lui la celebre frase di Gesù, «fai quello che devi fare e fallo presto», e che lo hanno colpito l’originalità e alcune libertà narrative. Riflette poi sul fatto che i Vangeli «raccontano il punto di vista dei romani, dopo la distruzione del giudaismo», aggiungendo che «Ponzio Pilato non si lavò le mani, era un uomo orribile, e Caifa non è una brava persona ma è come il cattivo dei vaudeville, niente di più».
Parlando del tradimento, Everett ammette senza esitazione che fa parte dell’esperienza umana: «Ognuno di noi tradisce ed è stato tradito. Io ho tradito tanta gente». Ricorda la sua adolescenza, quando dopo la libertà del 1968 pensava che autonomia significasse romanticismo e sesso, e confessa di essere stato «molto infedele».
Rupert Everett: “Vangelo di Giuda? Anch’io ho tradito tanto”
Il discorso si sposta poi sul suo coming out, avvenuto in un’epoca in cui non era affatto conveniente dichiararsi. Everett osserva che, nonostante tutto, «sono sopravvissuto bene: ho guadagnato più di quello che ho perso». Racconta che, se avesse sposato la sua amica Michela a Roma, la sua vita avrebbe preso un’altra direzione, ma riconosce che «c’è un prezzo da pagare per tutto». Ricorda la libertà vissuta nella Londra degli anni Settanta e poi a Roma, dove «facevo l’amore nei parchi, al Campidoglio e perfino al Colosseo, che trovai aperto di notte». Quel senso di libertà lo faceva sentire «un antico romano».
Oggi, osserva, tutto passa attraverso il cellulare, «anche i vizi». Rievoca poi una stagione irripetibile: «Io ho vissuto la libertà più sfrenata. Sono stato ospite di Valentino a un grande party, ricordo i trapezisti, il canto degli angeli, il gioco di luci, il divertimento più esaltante. Mi sentivo come al circo con i gladiatori. Quel party ha chiuso un’era». Racconta anche la reazione dei suoi genitori al coming out: «Non bene, all’inizio. Vengono da un’altra generazione». Con il tempo, però, «sono diventati più complici e amichevoli».
La conversazione si sposta poi sul suo ruolo di Abramo in Resurrezione, il secondo film di Mel Gibson sulla Passione di Cristo. Everett definisce l’esperienza «una grande esperienza», e di Gibson dice che «è un grande regista e produttore, un gentleman, un attore che sa come si devono trattare gli attori». Quanto alla violenza del film, conferma: «Sì, ma il sangue di Cristo nel cattolicesimo è purificatore». Spiega che, se Caifa è un villain, Abramo è una figura che «ha visto Dio», e che per interpretarlo «devi studiarlo a fondo, è una bella sfida».
Rupert Everett: “Ho avuto problemi dopo il coming out ma l’Italia mi ha aperto le porte”
Ricorda poi i suoi anni di formazione in un college religioso a Londra, quando «pregavo Dio di non farmi diventare prete». Con il tempo, però, si è «un po’ riconciliato con la religione» e racconta di essere andato a Messa a Roma, in uno splendido seminario a Campo de’ fiori. Riflette anche sulla situazione delle chiese in Inghilterra: «Il problema, da noi, nei piccoli villaggi, è che le chiese sono vuote, come i pub, ma lì non si va perché la gente si è impoverita. Mancano luoghi dove la gente si ritrova».
Tornando alle conseguenze del coming out sulla carriera, ammette che «sì, era difficile accettarlo allora, nel mondo anglosassone». L’Italia però gli aprì le porte: «con Montaldo, Rosi, Soavi». E confessa un rimpianto: «Avrei voluto vivere prima, e fare film con Visconti, Fellini, Antonioni, Sergio Leone».
Infine, affronta il tema del politically correct, che considera un limite alla libertà espressiva: «Limitante, frustrante. Non si può più dire nulla». E aggiunge, con ironia e sincerità, che «se devo dirla tutta, da socialista champagne, come si dice in Inghilterra, sono diventato più conservatore». Ma precisa subito che questo «non c’entra nulla con le ipocrisie del politically correct» (foto BreveNews.Com).
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