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Salute

Disturbo fittizio, cos’è la malattia invisibile che inganna persino i medici e come individuarla precocemente

Disturbo fittizio, cos’è la malattia invisibile che inganna persino i medici e come individuarla precocemente. Il disturbo fittizio, nella sua forma classica e in quella imposta a un altro, emerge come una delle condizioni psichiatriche più complesse da individuare e gestire. La sua presenza attraversa età e generi senza distinzioni, manifestandosi attraverso la creazione, l’esagerazione o l’induzione di sintomi fisici e psicologici in assenza di un vantaggio materiale.

La ricerca di attenzione e accudimento, soprattutto da parte dell’ambiente sanitario, costituisce la motivazione più ricorrente e determina conseguenze cliniche ed emotive che possono essere gravi. Nel caso del disturbo fittizio imposto a un altro, noto anche come sindrome di Munchausen per procura, la dinamica assume contorni ancora più drammatici. Il caregiver, spesso un genitore, può manipolare esami medici, portare campioni alterati in ospedale o provocare direttamente danni alla persona non autosufficiente, quasi sempre un bambino.

Le vittime mostrano sintomi privi di spiegazioni cliniche, talvolta in remissione spontanea quando vengono allontanate dall’abusante. Gli operatori sanitari sono chiamati a esaminare con attenzione le cartelle cliniche, cercare incongruenze e collaborare con diversi specialisti per accertare la natura del disturbo.

La difficoltà diagnostica deriva dalla capacità delle persone affette di muoversi tra più strutture sanitarie, sottoporsi a procedure invasive e opporsi con decisione a ogni percorso psicoterapeutico. Segnali ricorrenti includono la disponibilità immediata a interventi chirurgici, resoconti vaghi dei sintomi e una storia fitta di consulti in molteplici ospedali. La valutazione deve escludere condizioni simili, come i disturbi di conversione o la simulazione finalizzata a ottenere benefici concreti.

I rischi

I rischi clinici associati sono numerosi: interventi non necessari, complicazioni gravi, esposizione a farmaci pericolosi e, nei casi più estremi, esiti fatali. Sul piano psicologico, le persone direttamente coinvolte e i loro familiari possono sviluppare ansia, depressione o stress post traumatico. Nei minori vittime di abuso, il danno emotivo tende a protrarsi nel tempo e richiede interventi mirati.

Il trattamento si basa prevalentemente sulla psicoterapia, con un ruolo centrale per gli approcci cognitivi comportamentali. Tuttavia, la scarsa adesione rappresenta un ostacolo costante, complice la tendenza alla negazione del disturbo. Per questo motivo il personale sanitario deve concentrare gli sforzi sul contenimento dei rischi fisici, sull’evitare esami superflui e sulla costruzione di un supporto stabile e duraturo. Il coinvolgimento della famiglia può contribuire a monitorare il percorso e a ridurre le recidive.

Sebbene non esista un’unica causa riconosciuta, molti casi mostrano un legame con traumi infantili, isolamento, instabilità emotiva o un bisogno marcato di attenzione. La prevenzione rimane difficile, ma una segnalazione tempestiva può evitare interventi invasivi e, soprattutto nei minori, salvare vite.

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