Claudio Amendola: “Ritorno Cesaroni? Avevamo un timore. Bonolis si è divertito a prendermi a schiaffi perché l’Inter aveva perso”. Claudio Amendola sul ritorno de ‘I Cesaroni’, e non solo. L’attore e regista romano, 63 anni parla del successo rinnovato della fiction di Canale 5 in una intervista a ‘Tv Sorrisi e Canzoni’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Claudio Amendola racconta innanzitutto quanto gli sia mancato “I Cesaroni”, spiegando che alla domanda su quanta nostalgia avesse da 1 a 10 risponde senza esitazione: «Dieci! Però è una nostalgia che ho sempre soddisfatto perché in questi anni non è passato giorno in cui qualcuno non mi chiedesse qualcosa dei Cesaroni o se fosse ipotizzabile un ritorno. Quindi sono stati comunque una presenza costante».
Da qui nasce la decisione di riproporre la serie, una scelta che lui stesso definisce dettata soprattutto dal cuore: «Per affetto, perché adoro il personaggio di Giulio Cesaroni e gli voglio proprio bene. E poi perché i Cesaroni sono stati una certezza, tanto amati dal pubblico. Ma non è mica stato semplice: riprendere un grande successo comporta anche grandi rischi che andavano valutati, per capire se avevamo la “ciccia” per tornare e non deludere. Era una scommessa: quando fai una cosa così popolare, poi hai anche il dovere di rispettarla. E credo che ci siamo riusciti. Sa qual era la nostra più grande paura?».
Claudio Amendola: “Ritorno Cesaroni? Avevamo un timore”
Proprio su questo punto, Amendola chiarisce quale fosse il timore principale: «Nelle scorse stagioni si rideva a crepapelle: sarebbe stato un peccato ridere meno. E invece ci si diverte tanto fin dalla prima puntata». Ma la serie non punta solo alla comicità: c’è anche spazio per l’emozione, come dimostra il momento in cui Giulio manda un messaggio vocale al fratello Cesare, interpretato da Antonello Fassari, scomparso l’anno precedente. Amendola rivela quanto quella scena lo abbia toccato profondamente: «In quei secondi io non sono più Giulio, ma divento Claudio e parlo con Antonello. Guardi, mi viene da piangere… Tutti abbiamo sentito la sua presenza sul set. È come se ci avesse protetti».
Quest’anno, oltre a recitare, Amendola è anche regista, e racconta come si gestisce il doppio ruolo: «Dietro al monitor ci sono tante persone, di cui mi fido, che hanno la possibilità di dire: “Cla’, l’hai fatta male: rifacciamola”». Aggiunge poi un dettaglio personale sul rapporto con il suo personaggio: «Non solo. Giulio mi somiglia moltissimo e io somiglio a lui. Se non avessi avuto la fortuna di avere quella mamma (l’attrice e doppiatrice Rita Savagnone, ndr) e quel papà (l’attore e doppiatore Ferruccio Amendola, ndr) sarei stato lui. Diciamo che Giulio è stato un po’ più sfigato di me (ride)».
Parlando delle guest star, Amendola ricorda il cameo di Paolo Bonolis nella prima puntata, definito incisivo: «Mi prende a “pizze” (schiaffi, ndr) in faccia. Ma ci rivediamo all’ultima puntata, caro Bonolis!». Spiega poi come sia nata l’idea: «Abbiamo sempre avuto guest star nei Cesaroni. Ma questa volta l’ospite avrà un ruolo all’interno della narrazione, diventa molto importante. E Paolo ha una simpatia innata, è un amico e ha accettato. Ci siamo divertiti». E quando gli chiedono se ne sia sicuro, risponde con ironia: «A parte la “pizza”». Alla precisazione che erano due, chiarisce: «Ne abbiamo montate due, ma ne abbiamo girate altre, lui si divertiva molto a mollarmi questi ceffoni. Anche perché l’Inter aveva perso contro la Roma la domenica prima e io l’avevo preso un po’ in giro».
Claudio Amendola: “Bonolis si è divertito a prendermi a schiaffi perché l’Inter aveva perso”
Il discorso si sposta poi su un momento di fragilità del personaggio di Giulio, che cerca un doppio abbraccio: quello dei suoi tre figli e quello della sua Roma, davanti al “Cupolone”. Amendola, che ha anch’egli tre figli, racconta il suo modo di cercare conforto: «Li chiamo a volte anche solo per sentire un po’ di affetto. Mi fa bene, i figli sono una specie di valvola che si apre e tu sai di poter andare a prendere una carezza». E parlando dell’abbraccio della sua città, spiega dove lo trova: «Un po’ dappertutto. Roma mi ha accolto, protetto, mi ha fatto figlio… Ho 63 anni, ma ancora mi fanno la scafetta (il buffetto sulla guancia, ndr)». Un gesto che definisce di grande tenerezza, e che lui interpreta così: «Vuol dire che ti vedono come il ragazzo del pianerottolo. Oddio, più il nonno del pianerottolo».
Infine, riflette su cosa significhi sentirsi profondamente romano: «Nei difetti». E li elenca senza filtri: «Il disincanto, il lassismo, un po’ di indolenza e quest’aria di superiorità che non è giustificata da niente, ma che ti fa pensare: “E lo so, nun è colpa tua se nun sei romano, me dispiace”».
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