Emmanuel Tjeknavorian: “Debutto all’Opera? Non vedo l’ora ma so già cosa diranno. Non uso i social per un motivo”. Emmanuel Tjeknavorian sul debutto all’Opera, i social che non usa, e non solo. Il violinista austriaco di origine armena, direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano, 31 anni, debutta nel mondo dell’opera con Un ballo in maschera di Verdi. Ne parla in una intervista a ‘Io Donna’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Emmanuel Tjeknavorian descrive il momento particolarmente felice della sua carriera, con concerti sold out, abbonamenti in crescita e un pubblico sempre più giovane e partecipe, capace di trasformare il finale in un vero tifo da stadio. Alla base di questo successo, spiega, c’è un elemento imprescindibile: «Quello di cui il pubblico ha bisogno è: passione, passione, passione. Ho provato due o tre volte a essere rilassato e ho percepito – dalle reazioni – che si avvertiva la mancanza di qualcosa».
In vista del debutto del 12 maggio al Teatro del Maggio di Firenze, il direttore non nasconde l’entusiasmo, pur senza ignorare l’incertezza che accompagna ogni nuova esperienza. «Non vedo l’ora! Lavorare con i cantanti e con la coralità è il mio grande amore. Certo, non sono Nostradamus, non so come andrà… Quando suonavo il violino, dicevano: “Sei un violinista, non un direttore”. Adesso dirigo e, nel mondo della lirica, diranno: “Sì, ma sei un direttore sinfonico”. E sono sicuro che, dopo, diranno: “Sì, ma sei un direttore d’opera”».
Emmanuel Tjeknavorian: “Debutto all’Opera? Non vedo l’ora ma so già cosa diranno”
Il rapporto con la musica, per lui, non lascia spazio alla leggerezza o al distacco. «Il termine “agio” nel mio vocabolario quasi non esiste, ed è terribile: un’attitudine che complica l’esistenza a me, alla mia famiglia, ai miei amici. L’unico modo per rilassarmi sarebbe avere meno impegni: nel 2026 – contando esibizioni, prove e viaggi – non ho avuto neanche un giorno libero. Il prossimo sarà il 16 giugno. È il rapporto con i compositori a non permettermi mezze misure».
Il legame con la musica affonda le radici nella primissima infanzia. «Non c’è perché… avevo sette giorni! Ero appena nato e mia madre mi portò a un concerto. La prima memoria nitida risale ai due anni: mio padre (Loris Tjeknavorian, ndr) che dirigeva Johann Strauss II. Alla fine del valzer Frühlingsstimmen (Voci di primavera) c’era un soprano meraviglioso, mi colpì la bellezza. Dopo il brano, papà le regalò un fiore e poi si voltò verso il palco dove eravamo io, mia madre e mia sorella, scusandosi per il gesto galante verso un’altra donna. Lo trovai così gentile, così emozionante!».
Anche l’interesse per la direzione emerge molto presto, come ricorda lui stesso: «[…] Non avevo compiuto tre anni e mi avevano dato una partitura e una bacchetta giocattolo». Nonostante ciò, la prima scelta è stata il violino, strumento che lo ha accompagnato a lungo. «Lo adoravo, d’istinto: ho iniziato a cinque anni e non ho mai smesso, per quanto oggi mi esibisca da solista solo se me lo chiede Riccardo Chailly. Come strumentista, il punto di svolta è stato il premio al Concorso Jean Sibelius nel 2015, a 20 anni. In verità studiavo direzione con mio padre già dai 13-14, ma è stata la pandemia a segnare la svolta, interrompendomi la carriera e offrendomi l’occasione di cambiare direzione».
Emmanuel Tjeknavorian: “Imitavo mio padre”
Il rapporto con il padre non è stato segnato da conflitti, ma da ammirazione profonda. «Noooo! Io volevo imitarlo! Non sono mai stato un ribelle: mio padre era il mio eroe, veniva chiamato “Maestro” e io intendevo essere come lui».
Anche aspetti pratici, come l’essere mancino, hanno richiesto adattamento. «Ci sono illustri esempi di direttori mancini, eppure papà – assai tradizionalista – voleva che usassi la destra. Quindi c’è stata necessità di parecchio allenamento. Del resto, il rigore non mi manca: l’ho introiettato studiando in Armenia (dai 5 ai 10 anni, ndr) dove, quando ero piccolo, si sentivano ancora le influenze della severa didattica sovietica. Ormai no, e gli armeni per natura non sono disciplinati, anzi: sono un po’ come gli italiani».
Il legame con l’Armenia resta centrale nella sua identità. «Tutto. Ho anche un lato viennese, ma quando incontro un armeno, mi emoziono profondamente: è la terra, sono le mie radici. Nel nostro coro, c’è una signora che viene dall’Armenia, con un viso tipicamente armeno. Parlando con lei mi “sciolgo”».
Emmanuel Tjeknavorian: “Non uso i social per un motivo”
Guardando al futuro, il direttore riflette sull’importanza del pubblico e sull’equilibrio nella programmazione. «Per me è importante avere una platea numerosa. Piace a chiunque suonare quando la sala è piena. Purtroppo, se si propone un repertorio meno famoso – brani difficili, sofisticati, magari anche certa musica contemporanea – si perde pubblico. Di conseguenza, come sempre, cerco di trovare un equilibrio. Se programmi Carl Nielsen, che in Italia è praticamente sconosciuto, lo affianchi magari a Mozart».
Infine, sulla possibilità di utilizzare i social per avvicinare nuovi spettatori, mantiene una posizione prudente. «Non posso concedermelo, temo che mi distrarrebbero: sono curiosissimo, attratto da qualsiasi cosa e sui social ci sono davvero troppe, troppe informazioni per il cervello. I giovani si attirano parlando con loro, incontrandoli dal vivo come mi capita spesso».
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