Giorgio Marchesi: “Io come Buonvino per un aspetto. Nessuna parentela con lo chef ma so cucinare”. Giorgio Marchesi su ‘Buonvino – Misteri a Villa Borghese’, e non solo. L’attore bergamasco, 52 anni, è il protagonista della fiction tratta dai libri di Walter Veltroni (ed. Marsilio), che andrà in onda su Rai1 il 7 e il 14 maggio. Ne parla in una intervista a ‘Tv Sorrisi e Canzoni’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Giorgio Marchesi, protagonista della fiction tratta dai libri di Walter Veltroni Buonvino – Misteri a Villa Borghese, racconta innanzitutto il suo rapporto con il luogo in cui è ambientata la serie, spiegando: «Ho scoperto la bellezza di questo parco, ne approfitto per fare un giro e godermela ancora un po’». Da qui prende avvio il racconto della quotidianità sul set, dove l’ironia sul commissario Buonvino e la sua passione per il caffè diventa un modo per entrare nel clima della storia. Marchesi ammette infatti: «(Ride) In effetti il rischio c’era. Ecco perché nei bicchierini della macchinetta automatica del commissariato c’erano spesso acqua o tè. Gli unici caffè veri, e buoni, erano proprio quelli che il commissario prendeva qui al bar di Ivano».
Proseguendo, riflette sul fatto che l’arrivo di Buonvino a Villa Borghese scateni una serie di eventi inaspettati, sottolineando come prima nel parco regnasse una calma quasi idilliaca: «In effetti prima nel parco cosa poteva mai capitare? Che un bambino cadesse dalla bici o che un palloncino volasse via… Invece arriva lui e si ritrovano addirittura dei cadaveri. Nella seconda puntata il delitto è pure particolarmente efferato. Vi do un indizio: c’è un anaconda affamato nel Bioparco all’interno della villa. Sono casi difficili e complessi».
Giorgio Marchesi: “Io come Buonvino per un aspetto”
A questo punto introduce il personaggio del commissario Giovanni Buonvino, delineandone la natura empatica e riflessiva: «È un uomo gentile, educato, empatico. La sua grande qualità è il sapersi immedesimare sia nelle vittime sia negli assassini, cercando di capire le ragioni che li hanno portati a compiere il delitto. Lui comprende, non giudica. È un solitario, ma non un eremita. Ama la buona cucina, la musica, i film». E quando Buonvino arriva al commissariato di Villa Borghese, trova un gruppo disordinato di poliziotti, ma riesce comunque a trasformarlo: «Ma Buonvino riesce a trasformarli in una squadra, motivandoli e dando spazio e responsabilità a ognuno di loro. È un leader moderno, non si impone, ma viene riconosciuto e apprezzato».
Il discorso scivola poi sulla cucina, un tratto che accomuna attore e personaggio. Marchesi precisa: «In realtà mio nonno era un cuoco, si chiamava Ernesto Marchesi». E chiarisce subito un possibile equivoco: «No, non c’è un legame di parentela. Mio nonno a 9 anni divenne garzone nell’unica gastronomia di Bergamo. Anni dopo, finita la guerra, ne aprì una sua. Ho avuto la fortuna di passare del tempo con lui: la sua gioia era andare a fare la spesa al mercato e mi ha insegnato a riconoscere gli ingredients di qualità».
Giorgio Marchesi: “Nessuna parentela con lo chef ma so cucinare”
Si passa poi alle paure, reali e di scena, con un riferimento alla “erpetofobia” del commissario: «Devo dire che anche a me i rettili non entusiasmano. Vanno bene, ma solo visti in una teca. Una cosa che mi inquieta è stare nel mare troppo profondo, il non vedere cosa c’è sotto di me. Mi tuffo, perché mi piace, ma poi risalgo velocemente».
Infine, Marchesi ripercorre i numerosi ruoli interpretati nella sua carriera – pubblico ministero, giudice, avvocato, psicologo e più volte commissario – per spiegare cosa lo attiri davvero di questa figura: «È lui che mi piace: non è un maschio alfa, è un bello che non sa di esserlo, non è “fisico”, istintivo, ma usa la deduzione e il ragionamento. E non si arrabbia mai».
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