Dimartino: “Addio Colapesce? Nessun litigio, vi spiego. Tornato a Palermo dopo 5 anni a Milano. Non volevo che mia figlia crescesse su”. Dimartino sull’addio a Colapesce, il ritorno a Palermo dopo 5 anni a Milano, e non solo. Il cantautore siciliano, 43 anni, torna da solo dopo sette anni con un nuovo lavoro discografico. Ne parla in una intervista a ‘Vanity Farir’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Dimartino racconta che oggi è tutto intatto, compreso un certo disincanto, e introduce così il senso del suo nuovo lavoro spiegando: «Quest’album commerciale è il privilegio che mi sono concesso con la fama». A questo punto ricorda anche il rapporto con Colapesce: alla domanda se l’abbia sentito, risponde che «Gliel’ho mandato quando non potevo più metterci mano (ride, ndr). Gli è piaciuto, ripeto: nessun litigio, anzi, ci siamo divertiti a fare un film, La primavera della mia vita (2023, ndr), e puntiamo a farne altri».
Ripercorrendo la fine della loro collaborazione, chiarisce che «Veniamo da due percorsi solisti, si sapeva che la collaborazione sarebbe stata “a termine”». Nonostante questo, il successo li ha sorpresi, e ricorda come a gennaio 2025 si siano esibiti in tour con un’orchestra, un traguardo impensabile che li ha portati in cima. Da lì la scelta: «avremmo potuto fare contenti i discografici e cercare altre hit e poi altre ancora, oppure disattendere tutto e rallentare. E abbiamo rallentato».
Dimartino: “Addio Colapesce? Nessun litigio, vi spiego”
Il ritorno alla dimensione solista, racconta, è stato naturale: «Bello, me la sto godendo». Precisa però che anche con Colapesce era stato bellissimo, perché avevano trovato una terza via tra la canzone in solitaria e quella delle session di oggi. La differenza principale, dice, è che «con Colapesce, giocoforza, eravamo meno autobiografici: esploravamo i sentimenti in senso lato, per parlare d’amore abbiamo cantato Rosa e Olindo; qui, invece, parlo di me».
Parlando del brano Uomo che cade, scritto con Tredici Pietro, aggiunge che «Sì, anche se lì il percorso alle spalle è stato anche più lungo di un pomeriggio». E quando gli viene chiesto se Sanremo sia mai stata un’opzione, risponde senza esitazioni: «No, mai per quest’album. Mi bastava Uomo che cade».
Il discorso si sposta poi sul fallimento, tema che affronta con sincerità: «L’ho temuto prima del successo, perché banalmente temevo che non avrei portato i soldi a casa». Nel 2017 è diventato padre, un passaggio che ha aumentato le responsabilità e che lo aveva persino portato a pensare di cambiare mestiere, dato che la musica non era particolarmente remunerativa.
Tuttavia, osserva come certe scosse servano: «Esatto. Ho una laurea in musicologia, sarei tornato a fare l’insegnante, cosa che già avevo fatto – con supplenze – qualche mese prima». Proprio in quel periodo, però, arriva una svolta: un contratto come autore grazie a un brano scritto per altri che finì a Sanremo (Il cielo non mi basta di Lodovica Comello, nda). «Lì ho capito che avrei potuto vivere di musica, più o meno».
Dimartino: “Tornato a Palermo dopo 5 anni a Milano. Non volevo che mia figlia crescesse su”
Quando parla del nuovo album, L’improbabile piena dell’Oreto, spiega che «Ne racconta tante, tutte autobiografiche». L’Oreto, fiume di Palermo che nasce purissimo e poi si sporca, diventa metafora della vita. E aggiunge che voleva capire se fosse ancora capace di essere un fiume in piena, almeno emotivamente.
Il disco è nato a Palermo, città in cui è tornato dopo cinque anni a Milano: «Non volevo che mia figlia crescesse su, in generale l’ho sempre vissuta come una città di passaggio, in cui non pensavo di mettere davvero le radici». Ribadisce il suo amore per la terra d’origine e la convinzione che si possano fare grandi dischi ovunque. Milano resta un luogo di incontri discografici, ma viverla a tempo pieno sarebbe stancante.
Infine, alla domanda se ci sia qualcosa nel disco che faccia capire che è stato registrato in Sicilia, risponde con un dettaglio significativo: «Dei pianoforti, che con il produttore dell’album, Roberto Cammarata, abbiamo registrato il giorno di Santo Stefano». Spiega che a Milano sarebbe stato impensabile chiedere uno studio per quella mattina, mentre in Sicilia i ritmi alternano pause e momenti intensi. «E credo che nel disco, tutto questo, si senta».
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