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Cinema Spettacolo

Lo strano caso Sorrentino ai David di Donatello: decine di candidature e zero statuette. C’è un sospetto…

Lo strano caso Sorrentino ai David di Donatello: decine di candidature e zero statuette. C’è un sospetto… Quindici candidature e zero premi. L’anno dopo quattordici candidature e di nuovo zero premi. È lo strano caso di Paolo Sorrentino ai David di Donatello. Una specie di tradizione parallela della kermesse: candidare il regista napoletano abbastanza da non poter fingere che non esista, ma non premiarlo mai abbastanza da riconoscere davvero quello che rappresenta.

Una situazione talmente assurda da risultare quasi comica, se non fosse che riguarda probabilmente il regista italiano più importante e riconoscibile degli ultimi vent’anni. Il paradosso? All’estero Sorrentino è celebrato, studiato, invitato, premiato. In Italia invece sembra sempre esserci quella smorfia trattenuta, quel fastidio elegante, quella sensazione da salotto buono in cui tutti fanno finta di apprezzarti ma nessuno ti vuole davvero al tavolo principale.

Con Parthenope è successo qualcosa di clamoroso. Il film ha ricevuto quindici candidature ai David di Donatello senza riuscire a conquistare neppure una statuetta. Quest’anno con La grazia la scena si è ripetuta: quattordici candidature, stesso risultato. A questo punto viene da chiedersi se le candidature servano solo a rendere più elegante l’esclusione finale. Una pacca sulla spalla prima della porta in faccia.

Fuori copione

Eppure stiamo parlando di un regista che ha vinto il Premio Oscar. Non un premio di provincia, non una targhetta da festival locale: un Oscar. Uno che ha lavorato con Michael Caine, Sean Penn, Harvey Keitel, Jude Law, John Malkovich, Sharon Stone. Uno che all’estero rappresenta il cinema italiano contemporaneo molto più di tanti nomi continuamente celebrati in patria. Ma evidentemente tutto questo non basta per entrare davvero nel cuore dell’establishment cinematografico italiano.

Forse perché Sorrentino non recita il copione giusto. Non sembra interessato a piacere. Non fa il simpatico da red carpet, non distribuisce sorrisi programmati, non parla come un comunicato stampa vivente. Non è il regista rassicurante che tutti possono applaudire senza rischiare di sembrare poco intelligenti. Il suo cinema divide, irrita, seduce, esaspera. Ma soprattutto ha una cosa ormai rarissima: una personalità.

E questa, nel panorama culturale italiano, spesso è una colpa più che un merito. In Italia adoriamo i talenti purché siano addomesticabili. Appena qualcuno sfugge alle categorie, comincia il problema. Sorrentino non si lascia ingabbiare. Non fa cinema pedagogico, non si mette al servizio delle mode ideologiche del momento, non trasforma ogni intervista in un comizio permanente. Ha uno stile riconoscibile, persino eccessivo a tratti, ma autentico. E l’autenticità, in certi ambienti, genera sempre diffidenza.

Pesano le origini napoletane?

Poi c’è un altro dettaglio che aleggia senza essere mai detto apertamente: Napoli. O meglio, quella napoletanità debordante, teatrale, malinconica e vitale che attraversa il suo cinema. Una Napoli lontana dai cliché educati e confezionati per essere accettabili. Una Napoli che invade le immagini, i dialoghi, i personaggi, gli eccessi. E viene il dubbio che questa identità così forte continui a disturbare una certa cultura italiana che ama Napoli solo quando è folkloristica, innocua, addomesticata.

Il risultato è che ci ritroviamo davanti a una situazione surreale: uno dei pochi registi italiani ancora capaci di riempire le sale cinematografiche viene trattato come un corpo estraneo. In un’epoca in cui il cinema combatte contro piattaforme, algoritmi e disaffezione del pubblico, Sorrentino riesce ancora a trasformare l’uscita di un film in un evento.

Parthenope aveva generato prenotazioni notturne esaurite in poche ore. La grazia ha superato i sette milioni di euro d’incasso in Italia. Numeri che molti si sognano. Eppure niente. Ogni volta si arriva lì, davanti al traguardo, e qualcuno decide che no, non è il caso. Troppo libero, troppo riconoscibile, troppo fuori schema. Forse troppo bravo per essere davvero sopportato fino in fondo.

Così il cinema italiano continua a fare una cosa molto italiana: ignorare i suoi talenti mentre il resto del mondo li applaude. Poi magari tra vent’anni ci saranno le retrospettive, gli omaggi, le celebrazioni tardive e le solite frasi piene di rimpianto. Perché in fondo siamo bravissimi a rivalutare i grandi artisti. Purché prima li abbiamo fatti sentire fuori posto.

Carmine Gallucci
direttore@brevenews.com

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