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Luca Carboni: “Malattia? Mi sono allontanato dalla musica. Ho fatto pochi dischi per un motivo. E sul successo…”

Luca Carboni: “Malattia? Mi sono allontanato dalla musica. Ho fatto pochi dischi per un motivo. E sul successo…”. Luca Carboni sulla malattia che lo aveva allontanato dalla musica, e non solo. Il cantautore bolognese, 63 anni, parla della sua autobiografia (‘Luca non parlava mai’) in una intervista a ‘7’ per ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Luca Carboni, nel suo libro, ripercorre la propria vita, la musica e le persone che lo hanno segnato, partendo dalla malattia che ha cambiato il suo sguardo. Il racconto si apre infatti in ospedale, dove «nel periodo della malattia mi sono allontanato dalla musica. Ho lavorato sulla pittura e sul disegno. Mi davano consolazione, anche perché richiedevano meno energie». In quei mesi, aggiunge, «meditavo, ascoltavo audiolibri».

Quando le forze sono tornate, non ha ripreso subito il disco sospeso: «Nemmeno dopo l’intervento, quando mi sono tornate un po’ di forze, l’istinto è stato di riprendere il disco lasciato in sospeso». Ha invece scelto un’altra strada, coinvolgendo Luca Beatrice per esporre i suoi quadri. Da lì il progetto si è allargato: «Nel costruire la mostra, intitolata Rio Ari O, lui mi ha spinto ad allargare lo sguardo, a tirare fuori anche tutto il resto di me, i bloc-notes, gli appunti, le liste che ora si trovano all’inizio dei capitoli». E così sono riemersi schizzi, tentativi di romanzi, fogli sparsi, perfino quelli che aveva lasciato nella vecchia casa e che suo padre aveva conservato.

Luca Carboni: “Malattia? Mi sono allontanato dalla musica”

Ricostruendo questi frammenti, emerge l’immagine di una vita senza grandi traumi, fatta di pause e ripartenze. Carboni lo conferma: «In effetti non ho vissuto grandi traumi o sofferenze, nemmeno crisi creative profonde». Il suo metodo è sempre stato quello di aspettare il momento giusto: «Semmai ho rimandato, quando non mi sentivo pronto. Mi sono preso molto tempo, infatti in quarant’anni ho realizzato pochi dischi in confronto ad altri». Poi aggiunge un secondo tassello, legato al suo modo di lavorare: «Dalla musica sono sempre entrato e uscito. Ogni volta cercavo di dimenticare tutto e di ripartire da capo. Per questo i miei dischi sono così diversi fra loro».

Tra i fili che attraversano il libro c’è anche l’incontro decisivo con Lucio Dalla, che lo incoraggiò a cantare ciò che scriveva. L’ingresso di Dalla nella sua vita, raccontato come una scena romanzesca, resta per lui un punto fermo: «Sento ancora l’esigenza di ascoltare la musica di Lucio. Soprattutto del Lucio cantautore. Come è profondo il mare, Dalla e Lucio Dalla». E ricorda anche il periodo in cui lo conobbe: «Era appena diventato orfano. Dopo la morte di sua madre gli era venuto fuori tutto. Era illuminato».

Il libro tocca anche la sua lunga storia d’amore. Carboni la descrive così: «Ma l’amore riserva sempre delle sorprese! Dopo molti anni ti scopri ancora all’inizio di qualcosa». E aggiunge un’immagine che gli è cara: «Anche da grandi può capitare all’improvviso di sentirsi come I ragazzi che si amano di Prévert».

Luca Carboni: “Ho fatto pochi dischi per un motivo”

Il ruolo di Marina Vanni, sua moglie, è stato costante. Prima racconta la sua autonomia: «Io ho sempre fatto quello che sentivo, però lei era sempre lì vicino». Poi approfondisce il loro rapporto creativo: «È stata anche una giudice, con cui avevo l’esigenza di confrontarmi, pur senza censure».

E ricorda un periodo in cui la musica era un affare di coppia: «Prima di avere un figlio vivevamo tutta la musica in due, con la sensazione che la musica stessa ci tenesse legati. Praticamente eravamo una band». Anche Jovanotti se ne accorse durante il tour del 1992: «Lui trovava strano che ci fosse sempre Marina con noi. Mi aveva detto: non vedo l’ora di avere una dimensione simile alla tua. E poi gli è successo, con Francesca».

Carboni ripercorre anche gli anni Ottanta, quando sentiva di rappresentare una nuova soggettività artistica. «Quando ho cominciato avevo l’impressione di essere molto individualista rispetto agli artisti che mi avevano preceduto». Col tempo, però, ha capito che stava raccontando qualcosa di più grande: «In realtà, oggi so che non raccontavo davvero di me, quanto della mia generazione. Di un’emozione collettiva». Da adulto, invece, lo sguardo cambia: «Quando diventi adulto cambia. Non sei più uno “contro”. Come padre, per esempio, non puoi essere contro i figli». E conclude con un paradosso che sente vero: «Per assurdo, è da grandi che si diventa davvero individualisti».

Luca Carboni: “Successo? Ho un limite psicofisico di popolarità”

Riascoltando i suoi primi dischi, emerge un’epoca che lui definisce libera. «Gli anni in cui ero ventenne, pur con tutti gli strascichi degli anni di piombo e al netto dei danni che avrebbero prodotto, erano di grande libertà». Ricorda scene oggi impensabili: «Con Lucio arrivavamo in moto in piazza Duomo a Milano, o in piazza Maggiore a Bologna. Non c’erano le ztl, non c’erano orari».

Poi aggiunge un secondo quadro, più ampio: «La socialità era più aperta. C’erano stimoli ovunque, per tutti, non solo per i privilegiati che si occupano di arte». E chiude con una frase che sintetizza il suo sentimento: «Secondo me è stato l’ultimo periodo in cui l’uomo era senza tempo». Non a caso, nel libro ricorrono luoghi come Bologna, San Luca, l’Appennino, l’Elba, Trastevere.

Infine, Carboni riflette sul suo rapporto con la visibilità, molto diverso da quello di molti colleghi. Non rincorre featuring, hit estive o palchi giganteschi. «Non ho mai gestito con dei calcoli il mio esserci o non esserci. Ho sempre seguito l’istinto». Per lui la popolarità ha un limite naturale: «Avere l’attenzione del pubblico è importante, ma io ho un limite psicofisico di popolarità. Se vado oltre, la sofferenza prevale sul piacere». E conclude ricordando i momenti in cui quel limite è stato superato: «Me ne sono reso conto nei momenti in cui l’ho superato, momenti fortunati a cui sono grato, ma dove mi sono ritrovato a fare fatica».

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