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Marracash: “Documentario su di me? Storia di riscatto. Da ragazzio era destinato a una storia che mi avrebbe ucciso”

Marracash: “Documentario su di me? Storia di riscatto. Da ragazzio era destinato a una storia che mi avrebbe ucciso”. Marracash sul documentario su di lui, e non solo. Il rapper siciliano, 46 anni, parla di ‘King Marracash’, al cinema il 25, 26 e 27 maggio, in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Per undici mesi Marracash è stato seguito dal regista Pippo Mezzapesa per la realizzazione di un documentario prodotto da Groenlandia, in uscita nei cinema il 25, 26 e 27 maggio. È lui stesso a raccontare ai microfoni di CorSera che «è nata una storia di riscatto, di margini e centralità, di talento che sboccia, racchiudendo il cinema che mi piace fare».

Da qui prende forma un ritratto che intreccia l’uomo e l’artista, perché l’uomo Marracash coincide con il cantante Fabio, e viceversa. Quando gli viene chiesto chi sia oggi Fabio Rizzo, lui risponde che è «uno che ha mantenuto la sua essenza profonda, credo, e che ha cercato di scoprire altri lati di sé». Sottolinea soprattutto di essere «una persona con una grande forza di volontà, cosa che pensavo di non avere minimamente. A patto che ci siano degli obiettivi».

E proprio sugli obiettivi si sofferma, spiegando come siano cambiati nel tempo: «All’inizio era avere successo. Poi è stato non diventare matto a causa del successo: ho avuto un momento durissimo a causa dell’impatto con questa fama nazional popolare e non è stato facile, perché la mia vita era cambiata di netto. È stato devastante, per cui il mio obiettivo negli ultimi tre anni era non perdere completamente la testa, guarire, curarmi e riuscire a dipanare questa matassa impossibile».

Marracash: “Documentario su di me? Storia di riscatto”

Il documentario si sofferma anche sul suo rapporto con la solitudine e con i legami, un tema che emerge in un suo verso di Love: «Ho il cuore pieno, non voglio nuovi friends». Marracash spiega di avere «una personalità sfaccettata. Sono una cosa e l’opposto di quella cosa». Si sente molto legato ai genitori, ma allo stesso tempo è «un figlio molto a cazzi suoi che sparisce». Per lui il risultato sta nei legami che ci scegliamo: «alla fine non c’è miglior terapia che avere a fianco delle persone con cui sei in grado di aprirti. Detto questo, luci e vizi».

Parlando del processo creativo, racconta che l’ispirazione nasce da un consumo continuo di arte: «Alla base c’è un grande consumo di arte. Consumo tantissime opere di narrazione, come da piccolo, quando leggevo un’infinità di libri. Mi piaceva leggere e mi piace leggere. Guardo così tanti film che faccio fatica a trovarne di nuovi. E videogiochi. Tutto quello che mi racconta una storia. Così viene l’ispirazione, che di solito arriva di notte». Le notti, infatti, sono un territorio particolare: «Nelle mie notti il cervello è in uno stato diverso. Prendo appunti, ho delle note praticamente infinite sul cellulare e a un certo punto sento di avere così tanto materiale che in qualche modo collego i puntini e si crea una costellazione. E io ci vedo una canzone».

Quando questo materiale prende forma, si chiude in studio: «Tre, quattro, cinque mesi, non faccio altro che lavorare. Mi sveglio la mattina, mi citofona il ragazzo con cui lavoro che mi viene a prendere, mangiamo, andiamo in studio fino alla sera». Ora però vive una fase diversa, «di energia nuova», in cui è in attesa.

Marracash: “Da ragazzio era destinato a una storia che mi avrebbe ucciso”

Il suo mantra — a chi non si arrende a una storia già scritta — attraversa tutto il documentario e affonda nella sua biografia. «All’inizio, quando ero piccolo, e poi ragazzo, lo sentivo che dovevo scrivere la mia storia perché la storia a cui ero destinato mi avrebbe ucciso». Ricorda di essere cresciuto «in mezzo a gente a cui bastava commentare i programmi in televisione o la partita di calcio», mentre lui «non c’entrava proprio un cazzo». Si sentiva «finito in un tritacarne» e non poteva arrendersi: doveva cercare una salvezza.

Quella salvezza è arrivata attraverso la lettura: «Soprattutto la letteratura americana, tipo la beat generation. Kerouac, tutto quel filone. Ma anche Hemingway, il suo insegnamento sulla brevità. E Bukowski, che per me è il più grande. Peccato che adesso sia un po’ banalizzato». È proprio Bukowski a dargli l’idea che «nella vita o la va o la spacca» e a fargli pensare che forse avrebbe voluto fare lo scrittore. «Mi sono fermato a qualche lettera d’amore. Ecco perché, in fin dei conti, i miei testi hanno una struttura narrativa».

Poi è arrivata la musica, che in realtà «c’è sempre stata», ma a un certo punto è diventata «una chiamata inequivocabile. Il rap lo è stato». E quando definisce cos’è per lui il rap, ripercorre la sua evoluzione: «All’inizio era un mezzo per far vedere che avevo del talento e per guadagnare dei soldi e salvarmi dal tritacarne di cui ti parlavo prima. Poi è stato il modo per esprimermi, per dire veramente quello che volevo dire. Ora è tutto questo, ma ha anche un valore di trasmissione sugli altri. A quarantasette anni inizio a chiedermi, per esempio, che cosa lascerò. L’eredità della mia musica».

Marracash: “Documentario su di me? Il mio quotidiano erano nascosti da una certa forma di esposizione”

È anche per questo che ha accettato il documentario: «Non sono una persona che si racconta molto sui social. Mi racconto nelle canzoni dove sono nudo. Ma il mio privato e il mio quotidiano erano nascosti da una certa forma di esposizione: non mi piace l’utilizzo della mia immagine, né attraverso la partecipazione coatta in tv, né attraverso certi talent, o come giudice di chissà cosa. Tutto quello che ho costruito, l’ho costruito solo con la musica: per cui secondo me adesso può essere interessante guardare il mio privato non durante la scalata di carriera ma in una forma diversa di verità».

Questa verità riguarda anche la sua natura più umana: «Posso sembrare tutto d’un pezzo per i testi che scrivo, ma sono molto alla mano. Mi interessano molto gli altri». Crescendo ha capito che «sono proprio le antenne che ti rendono un supereroe sul palco». E aggiunge: «Ecco, diciamo che sono sempre in ascolto. Vuoi sapere una cosa?». Quando gli viene chiesto un lato fragile, un «vizio», risponde: «Mi incazzo. Sono una testa calda. Passionale, in tutto, anche adesso, che vorrei alzarmi perché mentre parlo ho una specie di vita addosso».

Parlando di musica, cita gli artisti che segue con attenzione: «Di emergenti: Promessa. Di quelli che sono emersi nell’ultimo periodo: Madame, Shiva». Li segue con una forma di protezione, o come uno scambio di eredità. Infine, affronta il tema dei figli: «Bel casino». Da una parte lo attrae molto l’idea di trasmettere qualcosa a qualcuno che è parte di lui; dall’altra ammette di avere difficoltà con gli impegni a lungo termine, come nelle relazioni sentimentali. Rimane fatalista: «se mi deve succedere succederà». Per ora si gode «la mia nuova energia che è una rivoluzione».

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