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Wafaa Amer: “Libro? L’ho scritto per mandare un messaggio. Grazie allo sport ho conosciuto la parte non razzista dell’Italia”

Wafaa Amer: “Libro? L’ho scritto per mandare un messaggio. Grazie allo sport ho conosciuto la parte non razzista dell’Italia”. Wafaa Amer sul libro, le difficoltà dopo il suo arrivo nel nostro paese, l’infanzia difficile, e non solo. La climber egiziana, 29 anni, in Italia dal 2005, racconta la sua storia nel suo primo lavoro letterario ‘Io sono Wafaa’ (Solferino), scritto con Guendalina Sibona e presentato al Salone del Libro di Torino. Ne parla in una intervista a ‘Io Donna’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

Wafaa Amer apre il suo racconto partendo dalle radici: l’infanzia nei campi di cotone egiziani, l’arrivo in Italia senza conoscere la lingua, la fuga da una famiglia segnata dalla violenza e la ricerca ostinata di libertà. È da questo intreccio di ferite e resistenza che nasce il suo libro, scritto – come lei stessa afferma – «Pur consapevole di poter diventare più vulnerabile, ho scritto questo libro per dire che puoi vivere tante situazioni brutte ma puoi anche trovare il coraggio per superare tutto».

Il racconto si sposta poi sulla scoperta dell’arrampicata. Ricorda infatti: «Ho capito subito che mi avrebbe fatta stare bene. Come se fosse qualcosa che mi stesse dicendo: “Tu sei forte, ce la puoi fare. Hai delle potenzialità, non è vero che sei una nullità”. È stato veramente potente». In quel periodo, a quindici anni, non riceveva incoraggiamento dai genitori, nemmeno per la letteratura che amava nonostante la lingua ancora nuova. Per questo la roccia diventa un equilibrio, un luogo che le dice che va bene così, una presenza che non potrebbe mai lasciare: «È come una terapia: non sostituisce un lavoro psicologico, ma ti insegna a riflettere su quello che ti trovi davanti».

Wafaa Amer: “Grazie allo sport ho conosciuto la parte non razzista dell’Italia”

Ripercorrendo le sue origini, Wafaa ricorda di essere nata nel 1996 ad Aghour, a nord del Cairo, con un destino che sembrava già scritto: essere una brava figlia, poi una brava moglie e madre. Oggi si interroga su chi sarebbe diventata se fosse rimasta lì: «Mi sarei sposata senza problemi? Oppure sarei stata ribelle? Di certo, da bambina, ho visto entrambe le realtà: una vicina di casa obbligata a sposare un uomo più grande di lei, e le mie zie – e i miei genitori – che invece si sono sposati per amore».

Il trasferimento in Italia, a nove anni, rappresenta un salto improvviso in un mondo diverso, dove già vivevano suo padre e un fratello. Ricorda con nostalgia il villaggio e i campi di cotone del nonno, la sua “giungla”: «Lì andavo in giro scalza, mettevo le scarpe solo per andare a scuola. E vedevo tutti felici, forse perché lì è abitudine risolvere i problemi tutti insieme. In Italia mi aspettavano il freddo e una lingua sconosciuta».

Nel libro affronta anche il tema della violenza domestica, parlando di un padre che alzava le mani e di una madre che non si ribellava. Alla domanda se il suo essere bambina fosse riconosciuto, risponde con lucidità: «Se fosse stato riconosciuto, non avremmo vissuto quello che abbiamo passato». Non giustifica la violenza e la attribuisce alla mancanza di responsabilità di chi mette al mondo dei figli senza comprenderne il peso. Aggiunge: «Per mio padre non provo alcun tipo di sentimento, né odio né perdono».

Wafaa Amer: “Grazie allo sport ho conosciuto la parte non razzista dell’Italia”

Durante l’adolescenza, la scuola le offre la possibilità di imparare ad arrampicare in palestra, e lei accetta, di nascosto dalla famiglia. Ricorda quel momento come una liberazione: «Ho capito subito che davanti alla parete sarei stata come tutti gli altri, priva di ogni etichetta, libera». La sorprende anche l’aiuto ricevuto, dalle scarpette al materiale, senza che fosse lei a chiederlo. È lì che scopre un’Italia diversa: non solo razzismo e compagni cattivi, ma anche comunità e passione autentica per uno sport.

Infine, riflette sul corpo, che per lei non è solo uno strumento per arrampicare ma qualcosa di molto più profondo: «Il mio corpo è la mia casa. Serve a far funzionare anche la mia testa». Lo considera un mezzo potente per uscire dai momenti negativi, capace di attivarsi quando la mente non ce la fa. Racconta come piccoli gesti – alzarsi dal letto, piegare i vestiti, decidere “oggi mangio” – possano diventare un «ponte» verso l’anima. E insiste sull’importanza della consapevolezza, anche quando fa male: «Allora è bene chiedersi, ad alta voce: “Qual è il mio vero problema? Perché sono triste?”. A queste domande riuscirai, con i tuoi tempi, a trovare una soluzione».

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