Dustin Hoffman: “Tuner–L’accordatore? Mi ha colpito un aspetto. Grazie a Marlon Brando ho imparato una cosa importante”. Dustin Hoffman su Tuner–L’accordatore, e non solo. L’attore statunitense, 88 anni, è il protagonista del film di Daniel Roher già nelle sale da ieri, giovedì 28 maggio. Ne parla in una intervista a ‘La Stampa’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Dustin Hoffman racconta che, prima di diventare attore, c’è stato un momento in cui avrebbe voluto diventare un concertista di pianoforte. Ricorda quel periodo spiegando: «Qando studiavo pianoforte da giovane i miei insegnanti molto spesso erano anche accordatori, e ho sempre pensato che questi artigiani fossero spesso sottovalutati. Perché per accordare un pianoforte ci vuole un orecchio molto acuto e una capacità affinata in anni e anni di esperienza. Ecco perché quando mi è stato proposto il ruolo di un accordatore ho pensato che fosse l’occasione di rendere omaggio a questa incredibile arte». A questo aggiunge che il richiamo dello strumento non lo ha mai abbandonato: «Ne sono ancora attratto, appena trovo un pianoforte in una stanza mi ci fiondo a suonare».
Dustin Hoffman: “Tuner–L’accordatore? Mi ha colpito un aspetto”
Da qui nasce anche l’accettazione del ruolo offertogli da Daniel Roher nel thriller Tuner – L’accordatore, in cui interpreta Harry Horowitz, mentore anziano del giovane accordatore Niki White (Leo Woodall), affetto da iperacusia ma con un orecchio finissimo. I due accordano pianoforti in varie case; e quando Niki protrae una permanenza in una villa, viene trovato da ladri che lo costringono a usare la sua abilità per aprire una cassaforte, catapultandolo nel mondo della criminalità. Hoffman osserva che lo scenario non è così improbabile: «Non si tratta nemmeno di un’ipotesi così remota, anche perché a fare l’accordatore non si guadagnano tanti soldi e quelli che ho conosciuto durante la mia vita spesso erano costretti a fare altri lavori per sbarcare il lunario come il cameriere o chissà che altro».
Quando gli viene chiesto se a convincerlo a interpretare Horowitz sia stata solo la passione per la musica, Hoffman risponde: «No, c’è dell’altro. Non conoscevo Daniel e quando è volato a Londra da Los Angeles per incontrarmi mi ha detto che aveva scritto questo ruolo apposta per me. Lei non ci crederà ma è stata la prima volta che mi è capitata in tutta la mia carriera. E poi mi ha colpito un’altra cosa». A quel punto spiega cosa lo abbia impressionato del regista: «È un documentarista e non aveva mai girato un film di finzione, ma la sua sceneggiatura era precisa come un meccanismo a orologeria. Si vede che ha studiato l’argomento, cercando di capire come si scassinano le cassaforti e passando mesi con veri accordatori. Mi ha detto che uno di questi un giorno gli ha detto: ogni pianoforte ha una precisa personalità. Da musicista non posso che condividere».
Dustin Hoffman: “Grazie a Marlon Brando ho imparato una cosa importante”
Il discorso si sposta poi sulla chimica evidente con Leo Woodall, che sullo schermo sembra quasi un rapporto padre-figlio. Hoffman ricorda come sia nata: «Abbiamo fatto clic fin dal primo giorno, ridevamo alle stesse battute, ci piacevano le medesime cose. E così gli ho detto, anziché essere troppo fedeli alla sceneggiatura, che era ottima, proviamo a entrare nelle scene senza avere l’idea di interpretare un personaggio, ma vivendo le vite di quelle persone. E vediamo che succede».
Infine, riflette sul proprio metodo di lavoro, rispondendo alla domanda se si consideri un attore istintivo. Dice: «Ho imparato a ragionare come i miei personaggi, immedesimandomi nel loro modo di pensare, grazie all’insegnamento di Marlon Brando, uno degli eroi della mia generazione. E condivido il pensiero del mio amico Bob De Niro, secondo cui recitare è una questione di scelte: il testo è ovvio, arriva diretto allo spettatore, non c’è bisogno di renderlo convincente; quel che bisogna fare è recitare ciò che è sottinteso, tutto quello che non viene detto».
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