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Paolo Santo: “Il mio primo album da solista è autobiografico. Non uso il cognome di mio padre per un motivo. Sono tendenzialmente dipendente”

Paolo Santo: “Il mio primo album da solista è autobiografico. Non uso il cognome di mio padre per un motivo. Sono tendenzialmente dipendente”. Paolo Santo sul primo album da solista, e non solo. Il cantautore figlio di Biagio Antonacci e Marianna Morandi, 31 anni, si racconta in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Dopo 70 dischi di platino come autore per artisti come Annalisa, Geolier e Achille Lauro, Paolo Santo debutta ora da solista come Paolo Santo con l’album Paolo Santo Superstar, un pop elegante e personale che guarda a Gazzè, ai Cigarettes After Sex e agli anni Sessanta. Racconta che «È un disco autobiografico: in queste sette canzoni si intravedono la mia vita, le mie ossessioni, il mio linguaggio. Sette brani, come sette sono i sacramenti che sono il percorso di crescita di un uomo», e da qui parte il filo che attraversa tutto il progetto.

Nei testi emergono molti riferimenti religiosi, un immaginario che Antonacci aveva già condiviso anche nei lavori scritti con Annalisa. Spiega però che «Non c’è un intento spirituale. Con Annalisa peschiamo da un immaginario condiviso che eccita entrambi. Ho una passione per quei temi, ma non viene dal catechismo classico: non ho fatto nemmeno la Cresima. Sono di Bologna e per i bolognesi l’idea del fioretto a San Luca trascende la fede. Anche io ci sono andato per tutto, dalle interrogazioni al liceo alle canzoni che ho scritto per altri».

Paolo Santo: “Il mio primo album da solista è autobiografico”

Un altro nodo centrale è il cognome, che Paolo ha scelto di non usare, né quello del padre né quello della madre, Marianna Morandi, figlia di Gianni. Racconta che «Quando ho iniziato con la musica ho preso lo spazio del fantasma dell’opera. L’idea di presentarmi come cantautore col mio cognome e finire in un tritacarne di gossip non era pensabile. Non potevo stare lì sul palco, dietro questi cognomi. Mi dava fastidio foneticamente chiamarmi così. Lo schema di valori che c’è dietro, invece, lo difenderei come Giovanna d’Arco».

Il legame familiare però resta forte, soprattutto con suo fratello Giovanni, con cui lavora come suo padre lavorava con lo zio Graziano. Antonacci racconta che «Abbiamo una società di edizioni: lui si occupa delle cose burocratiche, io pontifico. Prendo, di nuovo, a piene mani dal Vangelo: “non ha senso andare al tempio se prima non sei a posto con tuo fratello”. E in un settore di mangiamorte, per dirla alla Harry Potter, come quello della musica sono fortunato che ci sia lui».

Il discorso si allarga poi ai figli d’arte, da Angelina Mango a Leo Gassmann fino a Tredici Pietro, e alla storica conduzione di Sanremo 1989, spesso ricordata come la peggiore di sempre. Antonacci osserva che «Forse proprio perché era la peggiore. Lo stesso per altre meteore come il principe Emanuele Filiberto, imbarazzante la canzone con Pupo e il tenore, o Francesco Facchinetti che ha più talento come imprenditore. Vero che in passato l’opinione pubblica emetteva sentenze definitive, oggi i ribaltamenti di fronte sono più veloci, però alla fine la qualità paga».

Paolo Santo: “Sono tendenzialmente dipendente”

Da autore ha contribuito a riscrivere le regole del pop italiano, ma negli ultimi anni il tema dei molti autori per un singolo brano è diventato oggetto di polemica. Antonacci ricorda che «Quando due anni fa Morgan diceva che un autore non avrebbe dovuto avere più di una canzone a Sanremo io ne avevo quattro in gara, ma sentivo che aveva ragione. Quello delle canzoni scritte in session con più autori non è più il mio linguaggio. L’ho fatto e a un certo punto mi sono sentito smaterializzato: non capivo più dove finisse la purezza dell’idea e dove partisse il marketing. Vincevano gli obiettivi e le mansioni più delle intuizioni. Per il disco ho lavorato con amici, Davide Simonetta e Placido Salamone, per creare la musica che vorrei sentire in radio».

Infine, in Zombie, uno dei brani più intimi del disco, Antonacci affronta momenti bui e dipendenze personali, ammettendo che «Sono tendenzialmente dipendente. Quando credi poco in te stesso deleghi agli altri e ad altro la tua serenità».

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