Marco D’Amore: “Piccolo miracolo? Ciro Di Marzio ha un cosa in comune con Davide. Attore grazie all’ostruzionismo dei miei genitori”. Marco D’Amore su Piccolo miracolo, e non solo. L’attore napoletano, 44 anni, veste i panni del protagonista nel film diretto da Tiziana Rocca (nelle sale dal 25 giugno). Ne parla in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Marco D’Amore, noto per il ruolo di Ciro l’«Immortale», debutta in un ruolo romantico con *Piccolo miracolo*, film in anteprima l’11 giugno al Festival di Taormina per la regia di Guido Chiesa. L’attore interpreta Davide, figlio di un palazzinaro incaricato di demolire un palazzo, la cui vita si intreccia con quella di un’inquilina non vedente che rifiuta di andarsene.
A proposito di questa nuova esperienza, l’attore confessa che si tratta del suo primo ruolo romantico «In una chiave così definitiva, sì. Mi era capitato in altri film che però avevano cupezza, o il giallo del thriller o del dramma sociale. Ciro è un giovane killer segnato dalla sofferenza, che cerca la redenzione nel buio. Però ha qualcosa in comune con Davide: la malinconia. Sono stato agevolato dalla fiducia di chi mi ha voluto, Edoardo Leo e Nicoletta Micheli che portano il soggetto, i produttori e il regista Guido Chiesa.
Il film nasce dal romanzo La grazia del demolitore di Fabio Bartolomei».
Il personaggio che porta in scena è una figura singolare e complessa, che D’Amore descrive come «Un uomo indefinito, con un parallelo pirandelliano, è in cerca d’autore, lo insegue nelle maglie della famiglia, per trovare il suo posto nel mondo. Finche capisce che non ci può essere altro autore che sé stesso, e si arma per andare incontro ai suoi limiti e ai suoi difetti. E nasce un amore di cui si sente solo il profumo, mai manifesto».
Marco D’Amore: “Piccolo miracolo? Ciro Di Marzio ha un cosa in comune con Davide”
Nel film, la co-protagonista Greta Scarano interpreta l’inquilina non vedente, permettendo al cinema di affrontare, dopo l’autismo, anche il tema della cecità. Su questo aspetto, Marco D’Amore riflette sul significato profondo della privazione della vista, spiegando che «La cecità ha a che fare con la grande letteratura. Qui non è solo condizione fisica ma foriera di illusione e ricerca della verità. La disabilità viene messa alla prova con gli ostacoli che le si creano intorno. Sarebbe interessante chiedersi: il vero cieco chi è, il padre di lui, la ragazza? Per avvicinarci a quanto costa mettersi nei panni della non vedente, abbiamo vissuto giorni intensi con una ragazza cieca, Vanessa Casu, che firma e canta le due canzoni del film».
Questa attenzione alle tematiche sociali evidenzia un forte impegno civile e una responsabilità che caratterizzano il suo modo di fare l’attore, ponendosi in netto contrasto con i valori espressi dal padre palazzinaro del film. Questa etica professionale affonda le radici nella sua storia personale, come racconta l’attore stesso: «Io provengo dai Teatri Uniti. Lì’ ho appreso che un artista è le scelte che compie. Ho vissuto gomito a gomito con Toni Servillo, la fase primitiva del recitare a Campobasso davanti a venti persone, fino alla sua esplosione, diventando un divo. Rispetto a una popolarità maggiore, Toni ha scelto di parlare attraverso quello che fa. Io continuo in questo solco, cercando di stimolare approfondimenti e di acquisire informazioni, sperando che si operi in modo diverso. Non si tratta di pedagogia».
Marco D’Amore: “Attore grazie all’ostruzionismo dei miei genitori”
Oltre al personaggio cinematografico che gli ha dato il grande successo, il nome Ciro ha per lui un significato intimo e familiare molto profondo, legato ai suoi ricordi d’infanzia: «Mio nonno si chiamava Ciro Capezzone. L’ho perso che avevo 10 anni. Una persona così rilevante, nel poco tempo che l’ho conosciuto. Era attore nella compagnia di Nino Taranto, ha fatto sceneggiati e film per Francesco Rosi e Nanni Loy. Ma viveva l’insoddisfazione di chi non può vivere appieno il proprio sogno. Infatti rimase impiegato alla Sip. Quell’insoddisfazione di non potersi tuffare totalmente nell’avventura dell’attore ha agito su di me, con una scelta drastica».
Proprio questa spinta lo ha portato a compiere un passo decisivo e coraggioso per il suo futuro, affrontando anche le resistenze della sua stessa famiglia, una svolta che l’attore riassume così: «Fortunatamente, ho trovato genitori che amandomi, temendo la precarietà, lontani dal teatro (papà infermiere e fisioterapista, mamma insegnava italiano e latino) sono stati i miei primi detrattori. Il loro ostruzionismo è stato il termometro della mia passione. Senza una guida o un aiuto me ne andai a studiare recitazione a Milano».
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