Studio sullo smart working, scoperto un collegamento con la salute mentale: il dato preoccupante. Un nuovo studio sullo smart working mette in discussione una delle convinzioni più diffuse nate durante la pandemia. Se da un lato il lavoro da remoto continua a essere considerato uno dei benefit più apprezzati dai dipendenti, dall’altro emergono segnali che suggeriscono possibili conseguenze negative sul benessere psicologico e sulla qualità delle relazioni sociali.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Science e guidata dall’economista Natalia Emanuel della Federal Reserve Bank di New York, ha analizzato dati provenienti da cinque grandi sondaggi nazionali statunitensi, confrontando chi può lavorare da casa con chi svolge attività che richiedono la presenza fisica.
Negli anni successivi all’emergenza sanitaria, milioni di lavoratori hanno continuato a preferire la modalità a distanza grazie alla maggiore flessibilità, alla riduzione dei tempi di spostamento e alla possibilità di conciliare meglio vita privata e professionale. Molti sono persino disposti ad accettare stipendi inferiori pur di mantenere questa opportunità. Tuttavia, i risultati della ricerca indicano che il lavoro da remoto può produrre effetti meno visibili ma significativi.
Il dato più rilevante riguarda l’isolamento sociale. Secondo gli autori dello studio, chi lavora da casa trascorre il 58 per cento di tempo in più da solo rispetto ai lavoratori in presenza. Inoltre, aumenta del 72 per cento la probabilità di passare un’intera giornata senza interagire con altre persone. Non si tratta soltanto dell’assenza dei colleghi, ma anche della riduzione delle occasioni di contatto quotidiano con vicini, commercianti, amici e conoscenti.
Il valore delle interazioni informali
Gli esperti sottolineano che molte persone tendono a sottovalutare il valore delle interazioni informali. Conversazioni brevi, saluti, pause condivise e scambi spontanei contribuiscono infatti a rafforzare il senso di appartenenza, a migliorare l’umore e a ridurre lo stress. Secondo Nicholas Epley, docente di scienze comportamentali all’Università di Chicago, questi momenti rappresentano una componente importante del benessere individuale.
La ricerca evidenzia inoltre che il tempo risparmiato evitando gli spostamenti non viene necessariamente investito in una maggiore vita sociale. I lavoratori da remoto, infatti, non mostrano un incremento significativo delle attività con amici e familiari durante il tempo libero. Di conseguenza, la sensazione di isolamento può persistere nonostante una gestione più autonoma degli orari.
Un altro elemento emerso riguarda la salute mentale. Lo studio segnala livelli più elevati di ansia, depressione e stress emotivo tra chi lavora da casa. I ricercatori hanno osservato anche un maggiore ricorso ai professionisti della salute mentale e un utilizzo più frequente di farmaci psichiatrici. La situazione appare particolarmente delicata per le persone che vivono sole, esposte a un rischio di isolamento sociale superiore dell’83 per cento e a segnali di disagio quasi doppi rispetto a chi condivide l’abitazione con altre persone.
Gli autori invitano comunque a non interpretare i risultati come una condanna del lavoro a distanza. Piuttosto, suggeriscono modelli ibridi, incontri regolari e occasioni di collaborazione in presenza, oltre a una partecipazione più attiva a hobby, sport, volontariato e iniziative comunitarie. L’obiettivo è preservare i vantaggi della flessibilità senza rinunciare ai benefici psicologici garantiti dalle relazioni umane. Le evidenze richiamano aziende e lavoratori a valutare con attenzione ogni scelta futura.
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