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Politica

Scontro Meloni Trump: lo sterile celodurismo dei leader mentre il mondo brucia

C’è qualcosa di profondamente deprimente nello scontro Meloni Trump. Non tanto per il contenuto della polemica in sé, piuttosto modesto, quanto per il contesto nel quale essa si sta consumando. Mentre il mondo attraversa una delle fasi più delicate degli ultimi decenni, con guerre che continuano a infiammare intere regioni, tensioni internazionali che crescono di giorno in giorno e il rischio di una crisi globale sempre meno teorico, due leader che rappresentano nazioni fondamentali nello scacchiere occidentale sembrano aver deciso di trasformare il dibattito politico in una lite da cortile scolastico.

Da una parte Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, che utilizza il proprio social network per attaccare pubblicamente il capo del governo italiano. Dall’altra Giorgia Meloni, che risponde colpo su colpo, respingendo accuse e provocazioni. Il risultato? Un botta e risposta che assomiglia molto più a una discussione tra adolescenti in preda a tempeste ormonali che a un confronto tra statisti chiamati a gestire problemi enormemente più grandi delle rispettive vanità.

L’intera vicenda ruota attorno a questioni che, osservate dall’esterno, appaiono quasi surreali. Chi ha chiesto una fotografia a chi. Chi sarebbe stato implorato. Chi avrebbe concesso un favore. Chi sarebbe più popolare. Chi avrebbe perso consenso. Chi dovrebbe preoccuparsi dei propri sondaggi invece che di quelli altrui.

Davvero questo è il livello della discussione?

Mentre milioni di persone osservano con preoccupazione ciò che accade in Medio Oriente, mentre il conflitto tra Russia e Ucraina continua a produrre morte e distruzione, mentre l’economia globale vive una fase di estrema fragilità e l’inflazione continua a pesare sulle famiglie, due tra i principali protagonisti della politica occidentale sembrano concentrati su una gara di ego che non interessa praticamente nessuno.

Le dichiarazioni di Trump sembrano uscite da una discussione tra influencer più che da un intervento di un presidente. L’insistenza sulla popolarità della premier italiana, sulle fotografie scattate durante il G7 e sui presunti tentativi di riallacciare rapporti personali restituisce l’immagine di una politica ridotta a spettacolo permanente. Una politica in cui la sostanza viene sostituita dalla narrazione e nella quale l’obiettivo principale sembra essere ottenere qualche titolo di giornale in più.

Ma anche la risposta di Meloni, per quanto comprensibilmente irritata, contribuisce ad alimentare una dinamica che appare sterile e infantile. La premier rivendica l’autonomia italiana, difende le scelte del governo e respinge le accuse americane. Tutto legittimo. Tuttavia il risultato finale resta quello di una polemica che continua ad allargarsi mentre le questioni realmente decisive rimangono sullo sfondo.

La lite tra adolescenti

È come assistere a due ragazzi che litigano furiosamente nel mezzo di una casa che sta andando a fuoco. Invece di cercare un estintore, discutono su chi abbia iniziato per primo e su chi abbia più amici dalla propria parte. La sensazione più fastidiosa è proprio questa: l’assoluta sproporzione tra i problemi del mondo e gli argomenti al centro della disputa.

Da anni i cittadini vengono bombardati da discorsi sulla necessità di affrontare sfide epocali. Ci viene detto che la sicurezza internazionale è in pericolo, che la stabilità economica è fragile, che occorrono visione, responsabilità e cooperazione tra alleati. Poi però basta aprire un social network o leggere una dichiarazione ufficiale per trovarsi davanti a un dibattito che potrebbe tranquillamente appartenere a una chat di classe delle scuole superiori.

“Mi ha chiesto una foto.”

“No, non è vero.”

“La tua popolarità è in calo.”

“La tua opinione non conta.”

Questo sarebbe il linguaggio della leadership globale?

La cosa più preoccupante è che questa continua personalizzazione della politica rischia di diventare la normalità. Non si discutono più strategie diplomatiche, accordi internazionali o soluzioni ai conflitti. Si discutono simpatie personali, antipatie personali e rapporti personali. La politica estera viene trasformata in un reality show dove conta più il carattere dei protagonisti che le conseguenze delle loro decisioni.

Tutto mentre il mondo brucia

Nel frattempo, i problemi reali continuano ad accumularsi. Le guerre non si fermano. Le crisi umanitarie peggiorano. Le tensioni tra grandi potenze aumentano. E i cittadini, che da questi leader si aspetterebbero equilibrio e senso di responsabilità, assistono invece a schermaglie che generano soltanto ulteriore sfiducia.

Sarebbe forse il momento di ricordare che guidare una nazione non significa vincere una gara di popolarità sui social. Non significa nemmeno dimostrare chi possieda l’ego più grande o chi riesca a infliggere l’ultima stoccata mediatica all’avversario. Significa assumersi il peso di decisioni che influenzano milioni di vite.

Oggi il mondo avrebbe bisogno di leader capaci di abbassare i toni, costruire ponti e cercare soluzioni. Avrebbe bisogno di diplomazia, pragmatismo e visione strategica. Invece si ritrova a osservare un duello verbale che sembra scritto dagli autori di una serie televisiva in cerca di audience.

Ed è forse questo l’aspetto più amaro dell’intera vicenda. Non il litigio in sé, ma la sensazione che la politica contemporanea stia progressivamente smarrendo il senso delle proporzioni. Mentre il pianeta si confronta con crisi enormi e potenzialmente devastanti, alcuni dei suoi protagonisti sembrano incapaci di guardare oltre il proprio riflesso nello specchio. E quando chi dovrebbe guidare il mondo si comporta come un adolescente permaloso, il rischio è che a pagare il prezzo dell’immaturità siano tutti gli altri.

Carmine Gallucci
direttore@brevenews.com

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