Roberta Petrelluzzi: “Un giorno in pretura? Torniamo adeguati ai tempi moderni. Ci hanno vietato l’accesso al tribunale in un caso attuale”. Roberta Petrelluzzi su Un giorno in pretura, la conduttrice, 82 anni, parla della nuova stagione del programma al via su Rai3 dall’8 luglio con 5 serate, in una intervista a ‘Tv Sorrisi e Canzoni’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.
Roberta Petrelluzzi spiega che le cinque serate saranno dedicate ad altrettanti casi giudiziari che hanno scosso il Paese, a partire dall’omicidio della segretaria Nada Cella, avvenuto a Chiavari nel 1996 e che, trent’anni dopo, ha portato alla condanna di Annalucia Cecere a 24 anni di carcere. Secondo l’accusa, la Cecere avrebbe ucciso la Cella per gelosia. Petrelluzzi chiarisce la scelta dei casi raccontando come queste vicende siano in grado di restituire un’immagine del Paese e della sua evoluzione: «Raccontano il Paese e come cambia la società: da una parte la provincia tranquilla, come quella della Riviera Ligure, e dall’altra la grande e caotica realtà cittadina, come quella di Roma».
Roberta Petrelluzzi: “Un giorno in pretura? Torniamo adeguati ai tempi moderni”
Nonostante il programma si occupi oggi di vicende gravissime, il titolo è rimasto “Un giorno in pretura”. Petrelluzzi sottolinea come questa decisione sia legata alla volontà di mantenere un’identità storica del format: «Abbiamo voluto mantenere il nome, che terremo fino a quando andremo in onda. La pretura si occupava di piccole cose, come le liti condominiali. Rappresentava un mondo piccolo, ma di piccolo oggi è rimasto molto poco. Basta vedere cosa succede ogni giorno in strada, nei pronto soccorso. Anche la politica si è fatta più aggressiva, oggi sembrano tutti nemici e non più avversari». Una riflessione che evidenzia il cambiamento del contesto sociale e la crescente complessità dei casi trattati.
Parlando delle difficoltà nel portare le telecamere dentro le aule processuali, Petrelluzzi conferma che non è affatto semplice ottenere le autorizzazioni necessarie. Ricorda infatti che i processi sono sì aperti al pubblico, ma per filmarli serve il consenso del giudice, dell’imputato e delle parti coinvolte. A questo si aggiunge la tutela dei minori e dei testimoni di giustizia, che non possono essere mostrati per ragioni di sicurezza: «Non lo è. I processi, salvo alcune eccezioni per motivi di riservatezza e sicurezza, sono aperti al pubblico, quindi chiunque può assistervi, ma per filmarli ci vuole il consenso del giudice che presiede l’udienza. Ci vuole anche il consenso dell’imputato e delle parti. I minori vanno tutelati e non si possono mostrare le loro immagini, così come i testimoni di giustizia per non metterli in pericolo».
Roberta Petrelluzzi: “Un giorno in pretura? Ci hanno vietato l’accesso al tribunale in un caso attuale”
Petrelluzzi racconta poi che capita spesso di non ottenere i consensi necessari. Porta un esempio recente, quello del caso di Pamela Genini, la modella uccisa a Milano lo scorso ottobre, il cui cadavere è stato profanato e privato della testa. In quel procedimento, che vede imputato Gianluca Soncin e indagato un conoscente per vilipendio di cadavere, la produzione non ha ricevuto l’autorizzazione a filmare: «Certo, è successo tantissime volte. Le faccio solo un esempio recente. Non abbiamo avuto il via libera per il caso di Pamela Genini (la modella uccisa a Milano lo scorso ottobre il cui cadavere è stato profanato e ne è stata trafugata la testa, ndr), che vede imputato dell’omicidio l’ex fidanzato Gianluca Soncin e indagato per vilipendio di cadavere un conoscente. Ce lo comunica il giudice. Ci dicono di no e noi lo rispettiamo».
Infine, Petrelluzzi osserva che, negli ultimi tempi, anche i giudici tendono a negare più spesso il consenso, mostrando una crescente cautela. Una prudenza che potrebbe essere legata al dibattito acceso dal referendum sulla giustizia e al timore di essere accusati di protagonismo: «Sì, soprattutto negli ultimi tempi. I giudici sono molto cauti. Non so se sia per via del referendum sulla giustizia che ha scatenato un forte dibattito. Temono di essere accusati di presenzialismo o protagonismo. E quindi per noi è diventato più difficile lavorare».
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