Home » Inter e ‘Ndrangheta non fanno hype, Saviano torna al suo vecchio amore: sputtanapoli
Cronaca

Inter e ‘Ndrangheta non fanno hype, Saviano torna al suo vecchio amore: sputtanapoli

Inter e ‘Ndrangheta non fanno hype, Saviano torna al suo vecchio amore: sputtanapoli. Ci sono autori che inseguono le notizie. E poi ci sono quelli che inseguono gli argomenti che garantiscono maggiore attenzione, o hype, come si dice oggi. In questi giorni Roberto Saviano sembra essere tornato al suo vecchio amore, quel porto sicuro che gli ha sempre dato la massima visibilità: lo sputtanapoli. Non perché abbia improvvisamente scoperto o aggiunto qualcosa di nuovo al suo classico repertorio, ma perché i temi affrontati negli ultimi mesi non gli hanno portato il risultato sperato.

Ha parlato di ‘Ndrangheta, di tifo organizzato, di presunti intrecci con il malaffare e perfino della dirigenza dell’Inter. Questioni importanti, sia chiaro, ma che mediaticamente hanno lasciato il segno di una matita su un muro nero. Nessuna ospitata televisiva, poche riprese sui giornali, tanta discussione confinata ai social, dove peraltro è stato anche investito dalle critiche dei tifosi nerazzurri. Insomma, i riflettori sono rimasti spenti.

E quando i riflettori si spengono, quale palcoscenico migliore di Napoli per riaccenderli? L’assist è arrivato da un episodio gravissimo. Un uomo che passeggia tra i vicoli della Pignasecca con un AK-47 in mano. Un fatto inquietante, che merita attenzione e che nessuno dovrebbe minimizzare. Ma osservando quelle immagini è impossibile non pensare di averle già viste. Infatti le avevamo già viste.

O’Track col kalashnikov

Nella prima stagione di Gomorra, proprio la serie tratta dal libro di Saviano, O’Track cammina nervosamente con un kalashnikov imbracciato dopo un agguato fallito (minuto 4.40 di questo video). La somiglianza è impressionante. Cambiano gli interpreti, cambia il contesto, ma l’impatto visivo è praticamente identico. Ed è qui che nasce una riflessione tutt’altro che banale.

Per anni ci siamo chiesti se Gomorra raccontasse semplicemente la criminalità oppure se, inconsapevolmente, ne avesse costruito anche un immaginario. Perché il potere della televisione non consiste soltanto nel descrivere la realtà, ma spesso nel renderla desiderabile agli occhi di chi cerca modelli da imitare.

Chi ha vissuto davvero gli anni delle guerre di camorra tra cutoliani e fazioni rivali negli anni Ottanta e Novanta ricorda una violenza feroce, quotidiana, spietata. Ma difficilmente ricorda persone che passeggiavano tranquillamente per strada con un kalashnikov in mano come se fossero dentro una scena cinematografica. Quel tipo di esibizione appartiene più al linguaggio della fiction che alla tradizione criminale di quegli anni.

La similitudine

Naturalmente questo non significa attribuire responsabilità dirette a una serie televisiva. Sarebbe una semplificazione tanto sciocca quanto quella di chi sostiene che un videogioco trasformi automaticamente un ragazzo in un criminale. Però ignorare che certi prodotti abbiano contribuito a creare un’estetica della malavita sarebbe altrettanto ingenuo, lo dimostra proprio il caso in questione.

Il problema è che, partendo da quell’episodio, Saviano finisce ancora una volta per allargare il discorso fino a dipingere Napoli attraverso i suoi stereotipi più redditizi. Secondo lui i turisti rappresentano ormai una fonte di guadagno fondamentale per i clan di Napoli Centro e molti arriverebbero in città per comprare droga. È una ricostruzione che funziona perfettamente sul piano narrativo. Fa discutere, crea indignazione, alimenta il dibattito tra gli odiatori seriali da tastiera. Ma quanto aderisce davvero alla realtà?

Tornano gli stereotipi più redditizi

Negli ultimi tre anni ho avuto la possibilità di osservare da vicino il turismo a Napoli. Ho incontrato centinaia di persone provenienti da ogni parte del mondo. Ho ascoltato le loro domande, i loro entusiasmi, la loro curiosità. Cercavano informazioni sui Quartieri Spagnoli, sul Cristo Velato, sul lungomare, su Pompei, sulle isole del Golfo, sulle pizzerie storiche, sui musei e sui panorami. Mai, nemmeno una volta, qualcuno mi ha chiesto dove acquistare droga.

Questo significa che il fenomeno non esiste? Ovviamente no. Significa però che trasformarlo nel tratto distintivo del turismo napoletano appare la solita forzatura per accendere quei riflettori di cui sembra non poterne fare a meno. Anche perché il mercato degli stupefacenti non è certo un’esclusiva di Napoli. Esiste in ogni città del mondo. Sostenere che il turismo napoletano rappresenti il motivo dominante delle faide significa offrire un’immagine parziale e discutibile del problema. Ma è una rappresentazione che funziona benissimo dal punto di vista mediatico, perché rende bene.

C’è però un punto sul quale è difficile non concordare con Saviano. L’ordine pubblico a Napoli ha mostrato falle evidenti. Episodi come quello della Pignasecca non possono essere liquidati come semplici eccezioni. Vedere un uomo aggirarsi armato di kalashnikov in una zona centrale della città rappresenta un fallimento per chi è chiamato a garantire sicurezza e controllo del territorio. È questo il nodo principale della questione, ben più delle generalizzazioni sul turismo, delle immagini ad effetto, o addirittura San Gennaro.

Niente critica costruttiva

Una critica costruttiva avrebbe potuto partire proprio da qui: chiedersi perché sia stato possibile arrivare a una situazione del genere, quali siano le responsabilità istituzionali e quali strumenti manchino per prevenire episodi simili. Sarebbe stato un confronto probabilmente meno spettacolare, ma certamente più utile.

Napoli non ha bisogno né di essere assolta a prescindere né di essere trasformata nell’eterna capitale di ogni male. Ha bisogno di essere raccontata nella sua complessità, riconoscendo i problemi senza trasformarli automaticamente in etichette. Perché tra la cartolina perfetta e il racconto apocalittico esiste una realtà molto più articolata, che chi vive in città conosce bene, ma che a chi osserva Napoli dall’altra parte del mondo — senza averci tra l’altro mai vissuto — continua a sfuggire.

Una critica costruttiva avrebbe dovuto concentrarsi sull’efficacia dei controlli, sulla presenza delle forze dell’ordine, sulla prevenzione, sulla capacità delle istituzioni di impedire che certe scene si verifichino. Perché raccontare una città significa illuminarne le contraddizioni, non limitarsi a confermare quelle che il pubblico si aspetta già di sentire, solo per richiamare a sè l’attenzione di trasmissioni televisive e qualche like in più sui social.

Carmine Gallucci
direttore@brevenews.com

Seguici anche su Facebook. Clicca qui

Loading...
Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com