Scoperto un virus che “strappa i denti” ai batteri nocivi: svolta contro l’infiammazione intestinale. Una terapia sperimentale basata su virus che colpiscono esclusivamente i batteri potrebbe aprire nuove prospettive nel trattamento delle malattie infiammatorie croniche intestinali. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine, nel quale ricercatori canadesi descrivono i risultati ottenuti con una tecnica di terapia fagica sviluppata per contrastare i batteri responsabili dell’infiammazione senza danneggiare le cellule umane.
La ricerca è stata realizzata da un gruppo di studiosi della McMaster University, affiliati al Michael G. DeGroote Infectious Disease Research Institute e al Farncombe Family Digestive Health Research Institute. Secondo gli autori, il trattamento non solo riduce l’infiammazione, ma aumenta anche l’efficacia di un comune corticosteroide impiegato a dosaggi inferiori rispetto a quelli abituali, con la possibilità di limitare gli effetti collaterali.
Le malattie infiammatorie croniche intestinali comprendono il morbo di Crohn e la colite ulcerosa. Le terapie disponibili possono perdere efficacia nel tempo oppure richiedere dosi sempre più elevate, mentre nessuna agisce direttamente sulle cause microbiche che alimentano le riacutizzazioni.
I principali responsabili
Tra i principali responsabili figurano alcuni ceppi di Escherichia coli aderenti-invasivi, capaci di aderire alla parete intestinale, penetrarla e sopravvivere all’interno delle cellule del sistema immunitario, favorendo la risposta infiammatoria. Gli antibiotici non rappresentano una soluzione ideale perché eliminano indistintamente batteri nocivi e benefici, alterando il microbiota intestinale.
Per questo i ricercatori hanno scelto di utilizzare batteriofagi, virus altamente selettivi che infettano esclusivamente i batteri. L’obiettivo era verificare se il trattamento potesse ridurre l’infiammazione preservando l’equilibrio del microbiota e se fosse compatibile con una terapia farmacologica già disponibile.
Gli esperimenti sono stati eseguiti su topi privi di germi nei quali erano stati introdotti batteri provenienti da pazienti affetti dal morbo di Crohn. Gli studiosi hanno individuato il batteriofago HER259, somministrato per via orale insieme, in alcuni casi, al budesonide a dosaggio ridotto.
I risultati
Il virus ha ridotto l’infiammazione sia nella colite acuta sia in quella cronica senza eliminare completamente i batteri. Ha invece inattivato FimH, il meccanismo che consente ai batteri di aderire all’intestino. I ricercatori hanno descritto il risultato come un virus che “strappa i denti” ai batteri nocivi, lasciandoli presenti ma incapaci di provocare gli stessi danni.
Dopo l’interruzione del trattamento, i batteri hanno recuperato la capacità di provocare infiammazione e la colite è ricomparsa, indicando la necessità di una somministrazione continua. La combinazione con il budesonide ha garantito risultati paragonabili a quelli ottenuti con dosi più elevate del farmaco da solo, rappresentando la prima dimostrazione di una simile sinergia tra un batteriofago e un medicinale non antibiotico.
Lo studio ha inoltre individuato un marcatore rilevabile nelle feci, più abbondante nei pazienti con morbo di Crohn attivo rispetto ai soggetti sani, che potrebbe aiutare a identificare chi potrebbe beneficiare maggiormente della terapia. I ricercatori hanno però precisato che il batterio studiato non è presente in tutti i pazienti e che la risposta immunitaria al batteriofago dovrà essere approfondita prima di eventuali applicazioni cliniche. I prossimi studi valuteranno altri ceppi batterici e nuove combinazioni di fagi.
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