Dario Aita: “Mia figlia come uno Stargate. Partenope? C’è stato un malinteso. Napoli universo a parte che condivide un aspetto con Palermo e il Sud”. Dario Aita sulla figlia, il suo personaggio in Partenope, l’interpretazione di Battiato, e non solo. L’attore palermitano, 39 anni, ripercorre le tappe di una parte importante della sua carriera in una intervista a ‘Il Messaggero’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Dario Aita racconta che il celebre “centro di gravità permanente” evocato da Franco Battiato non è, a suo avviso, un traguardo raggiungibile, quanto piuttosto una direzione. Lo descrive come un faro, una stella polare che orienta il cammino dell’uomo, spiegando che «Penso sia abbastanza utopico raggiungerlo. Lo immagino più come un faro, una stella polare che orienta il cammino dell’uomo, che come un traguardo. La ricerca non ha un vero inizio né una vera fine e, per come la intendeva Battiato, il centro di gravità permanente è uno degli step per avvicinarsi a una dimensione di illuminazione. Sarebbe un po’ ardito dire di averlo raggiunto».
Dario Aita: “Mia figlia come uno Stargate”
Durante la preparazione del ruolo, Aita è diventato padre, un evento che ha trasformato profondamente il suo sguardo sul mondo e sul lavoro. Racconta che non è stata la paternità in sé, ma l’incontro con sua figlia a generare un cambiamento radicale: «Ha cambiato me e, di conseguenza, anche il mio modo di lavorare. Più che la paternità, è stato l’incontro con mia figlia. I neonati sembrano conservare un contatto con una dimensione che noi adulti non riusciamo più a vedere. Mia figlia è stata una sorta di Stargate: bastava guardarla negli occhi per ritrovarmi in un’altra dimensione. Questo mi ha aiutato anche ad avvicinarmi a Battiato, restituendomi la capacità di credere in ciò che non vediamo».
Il passaggio da Battiato a Partenope sembra segnare un salto tra mondi diversi, ma Aita riconosce un legame profondo: entrambi raccontano personaggi mossi da un desiderio che spesso ha a che fare con l’invisibile. Lo sintetizza così: «Credo che ogni personaggio sia mosso da un desiderio. A volte è concreto, altre è un miraggio». Un’idea che apre alla dimensione emotiva dei personaggi, come Sandrino, che vive un amore senza fine. Su questo tema, Aita osserva che «Per me il confine tra narrazione e realtà è molto sottile. Se abbiamo bisogno di vivere un amore come eterno, allora in qualche modo quell’amore lo diventa. Poco importa da dove nasca: se continua a vivere dentro di noi, allora è reale».
Dario Aita: “Napoli universo a parte che condivide un aspetto con Palermo e il Sud”
Riflettendo sulle reazioni per Partenope di Paolo Sorrentino, Aita affronta l’equivoco principale con cui il film è stato letto: «Molti hanno pensato che volesse farsi portavoce di tematiche di genere, ma non era quella la sua intenzione. È il racconto di un essere umano e, forse, anche dell’alter ego femminile di Paolo Sorrentino. Il suo sguardo è sempre stato universale, oltre il tempo e oltre lo spazio, e credo che anche Partenope vada letto in questa chiave».
Infine, parlando di Napoli, Aita riconosce nella città un’energia che gli ricorda la sua Sicilia. Pur definendola un universo a parte, sottolinea come condivida con Palermo e con il Sud un rapporto strettissimo tra vita e morte. Lo racconta così: «Napoli è un universo a parte, ma con Palermo e con il Sud condivide il rapporto strettissimo tra vita e morte. Proprio da questo confronto nasce una vitalità straordinaria. A Napoli tutto è vissuto con un’intensità quasi espressionista ed è impossibile non lasciarsi travolgere da questa energia».
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