Europe, Joey Tempest: “The final countdown aveva un altro titolo. I potenti stanno normalizzando comportamenti discutibili. E su Sanremo…”. Joey Tempest su The final countdown, la carriera in problemi del mondo, Sanremo, e non solo. Il leader della band svedese, 63 anni, parla in una intervista a ‘La Repubblica’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Dopo tanti anni di carriera, la band riconosce che il fatto di essere ancora in attività, mentre molti colleghi sono scomparsi, è qualcosa di sorprendente. Lo raccontano spiegando come la loro longevità sia legata alla capacità di mantenere viva la curiosità: «È abbastanza pazzesco, non pensavamo di poter essere ancora qui con le stesse persone. Credo che il punto sia possedere ancora la scintilla della curiosità. Per quello che ho potuto capire nel corso degli anni, non riesci a essere credibile se perdi il senso dell’avventura, se abbandoni la curiosità: devi continuare a chiederti se puoi migliorare».
Proseguendo su questo tema, il gruppo riflette anche sull’idea di un possibile segreto dietro la loro continuità, citando esempi illustri e il valore delle relazioni personali: «Guarda i Deep Purple: mescolano stili, cambiano produttori e continuano a lavorare con sempre nuovi stimoli. Non si può fare musica a tavolino. E poi è importante lavorare con persone amiche. Siamo stati insieme per 40 anni, abbiamo molti ricordi da condividere e questo aiuta, aiuta davvero. È bello ritrovarsi dopo gli spettacoli a parlare dei nostri amici e dei momenti che abbiamo vissuto insieme».
Europe, Joey Tempest: “The final countdown aveva un altro titolo”
Il discorso porta inevitabilmente ai ricordi, e così emerge la storia della nascita di “The final countdown”, un brano simbolo della loro carriera. Raccontano come l’ispirazione arrivò da suggestioni spaziali e da David Bowie: «A quell’epoca avevamo già inciso due album e io ero molto affascinato dalla spazio e da certe canzoni di David Bowie come Space oddity o Starman. Mi venne in mente qualcosa che avesse a che fare con la ricerca di nuovi confini, di fuga dal pianeta Terra. Avevo un demo, l’ho fatto ascoltare agli altri e rimasero tutti scioccati. Per un po’ di tempo è rimasto lì, ma alla ci è sembrata la canzone perfetta per aprire il nostro terzo album: mettevamo insieme tastiere e chitarre elettriche, per noi era una novità. All’inizio non riuscivamo a trovare un titolo giusto: il primo tentativo fu The final breakdown».
Guardando indietro, la band riflette anche su quanto sia cambiata l’industria discografica dagli anni Ottanta, ricordando un periodo in cui il rock aveva grande visibilità: «Noi abbiamo iniziato fare dischi nel 1983, dopo una lunga gavetta. Però il mondo del rock aveva tutte le porte aperte: venivamo trasmessi in radio e i nostri video, come quelli di tanti altri artisti, venivano programmati dalle tv. Era il periodo magico per le chitarre nella musica».
Europe, Joey Tempest: “I potenti stanno normalizzando comportamenti discutibili. E su Sanremo…”
Il dialogo si sposta poi sui brani più recenti, come “The cult of ignorance”, che contiene una citazione di Isaac Asimov. La band ammette una certa preoccupazione per il presente, pur mantenendo una distanza dalla politica: «Siamo consapevoli di doverci preoccupare della ricerca, della scienza e della storia. Dobbiamo imparare dal passato e dai progressi della scienza. Penso che ci siano persone di potere che stanno normalizzando comportamenti piuttosto discutibili. Ma non ci siamo mai occupati di politica, raccontiamo ciò che vediamo intorno a noi».
Tra i ricordi più vividi ci sono anche le partecipazioni a Sanremo, che descrivono come esperienze fuori dal comune: «Una roba incredibile. In quegli anni c’erano tantissimi artisti internazionali, era un evento enorme, somigliava al Top of the pops inglese, che all’epoca era il programma più importante di tutta Europa. Ci siamo divertiti tantissimo e ci torneremmo volentieri».
Infine, parlando dei loro video più recenti, raccontano il lavoro dietro la presenza di volti noti come Stefan Edberg e Peter Stormare, spiegando la cura e la ricerca che hanno accompagnato il progetto: «È stato un lavoro lungo: abbiamo contattato manager, agenti, uffici stampa. Alla fine abbiamo chiesto loro di filmarsi, a casa, e gli abbiamo detto di fare cose divertenti, anche di cantare. L’obiettivo era quello di avere volti noti che regalano spessore e humour leggero ai video. Poi avevamo un lungo elenco di altri ospiti, ma non abbiamo avuto il tempo».
Seguici anche su Facebook. Clicca qui












Aggiungi Commento