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Abel Ferrara: “Debutto? Un film a luci rosse. Mio padre un criminale ma fu lui a pagarmi il primo film. E sull’Italia…”

Abel Ferrara: “Debutto? Un film a luci rosse. Mio padre un criminale ma fu lui a pagarmi il primo film. E sull’Italia…”. Abel Ferrara sul debutto con un film a luci rosse, il padre criminale, e non solo. Il regista, sceneggiatore e attore statunitense, 75 anni, ripercorre le tappe della sua vita privata e professionale in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Abel Ferrara ripercorre i suoi primi passi nel cinema partendo dal Bronx, «Vengo dal Bronx, una specie di zona di guerra abitata da lavoratori del Sud Italia. Avevo i capelli lunghi e un’aria da folle. E avevo bisogno di soldi per il mio film. Era il 1975. Matty Ianniello controllava il gioco d’azzardo, i furti negli appartamenti, le truffe finanziarie, le carte di credito false. Dove c’era l’illecito c’era lui. Conoscevamo entrambi la vita di strada. Ci presentò mio padre, pensando fosse il momento di farmi conoscere da chi poteva darmi una mano. Se non fossi cresciuto sentendo quella parlata non avrei capito nulla».

Ferrara spiega infatti che «Matty inquadrava la situazione e all’istante la metteva in atto. Mi propose di seguire il manager di Frank Sinatra, fai quello che ti chiede di fare, disse. Io volevo girare un film, non seguire un tizio. Alla fine fu mio padre, giocatore d’azzardo in bolletta a cui doveva un sacco di soldi a gente poco raccomandabile, a mettere 25 mila dollari, che non rivide mai. Le scommesse erano il business di famiglia. Si prova un brivido solo quando è in ballo tutto quello che si ha».

Abel Ferrara: “Debutto? Un film a luci rosse”

Il racconto torna poi alle origini della sua famiglia, quando Ferrara ricorda come arrivò suo nonno a New York: «Era di Sarno, si chiamava Abel come me, raggiunse Napoli a piedi. C’è sempre qualcosa di Cristoforo Colombo negli italiani. Non voleva più raccogliere pomodori nel caldo asfissiante e prese una nave per New York, nemmeno in terza classe: passeggero clandestino. Era onesto e stacanovista, senza aspetti criminali. Mio padre tenne l’aspetto stacanovista e aggiunse quello criminale. Era un duro che non arretrava mai. Una volta mi fissò come un agente della Omicidi e disse a mia madre: Il pezzo grosso è tornato da Hollywood».

Ferrara arriva così al suo debutto: «Avevo 24 anni. Un film a luci rosse. Il problema è che l’unico attore porno reclutato fu un disastro, gli stavo dando 300 dollari per spassarsela. Ero furibondo, se la svignò dalla scala antincendio. Il set di 9 Lives of a Wet Pussy fu la mia scuola. Ci attaccavamo ai lampioni per prelevare corrente. Ma il porno non faceva per me, era contro la mia natura. In ogni caso al cinema non puoi mai sottilizzare troppo sulla provenienza dei soldi, mai rifiutato un centesimo da qualunque fonte arrivasse».

Il suo primo grande successo arrivò però in un momento drammatico: «Ero dipendente da crack quando, nel ’92, giravo Il cattivo tenente. La gente è convinta che sia un film sulla redenzione, ma la redenzione è un viaggio, non una destinazione. In fin dei conti, quello è un manuale su come distruggere la propria vita con l’alcol e la cocaina. Quanto a me, divenni un tossico. Lo terminai in una situazione senza speranza. Desiderio, paranoia, alienazione. Ero seduto davanti a casa mia come se stessi fumando una sigaretta. All’angolo c’erano gli Alcolisti anonimi. La cura era a 50 metri da me ma non riuscivo a vederla, e fu così per parecchio tempo».

Abel Ferrara: “Mio padre un criminale ma fu lui a pagarmi il primo film”

Arriva poi il capitolo dedicato ad Asia Argento: «William Gibson mise New Rose Hotel dentro racconti brevi. Otto pagine in cui riuscivi a sentire l’odore di Sandii, la protagonista. Un insieme di flashback in cui lo stesso evento accadeva diverse volte. Non ricordo chi caldeggiò il nome di Asia. Lei mi disse che conosceva il mio cinema fin da ragazzina. Mi chiamò, le dissi di chiamare il casting per l’appuntamento. Mi rispose: sono a un isolato da te con una bottiglia di vodka. Qual è il citofono?».

Ferrara prosegue: «Asia si tirò dietro la valigia, mise i vestiti nel mio cassettone, entrò in bagno. Io non mi ero mosso dalla poltrona, mi sembrava di stare a teatro. Asia spense la luce e si infilò sotto le coperte. Alle sei del mattino dovevamo girare. Per tutto il giorno Asia restava Sandii, musa e amante di Willem Dafoe. Mi sentivo in Paradiso. Un giorno mi svegliai e lei era sparita. Aveva disteso i petali delle rose che le avevo comprato in una scia, fino alla porta d’ingresso. Molto tempo dopo mi disse che è quando si sta innamorando di una persona che comincia a tradirla».

Infine, Ferrara racconta come smise con la droga: «Devo ringraziare la compassione del popolo italiano. Sono andato a vivere a Roma dopo le Torri Gemelle, nel 2001, l’America non tutelava più la libertà dell’artista, è qualcosa che non attiene alla cultura americana, gli investitori latitavano. E devo ringraziare Salvatore Ruocco. Era un boxeur fino a quando sferrò un pugno all’arbitro, fu squalificato e si buttò nel cinema. Ha recitato in alcuni miei film. Mi chiama fratello ma siamo più padre-figlio. Mi portò in un posto sulle montagne sopra Napoli, sovvenzionato dallo Stato, in Usa una clinica per disintossicarti può chiederti 100 mila dollari al mese. Avevo accanto ragazzi che imparavano a riparare auto o a lavorare il legno».

E conclude con una riflessione sulla sobrietà: «È ritrovare la tua personalità dietro il fantasma che eri diventato. Sai cosa dice una parabola dei nativi americani? Dentro ciascuno di noi ci sono due lupi, quello malvagio e quello buono. A sopravvivere è quello che nutri».

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