C’erano estati che sembravano non finire mai. Per chi è cresciuto nei primi anni Ottanta erano quasi una promessa: finiva la scuola e si apriva un mondo fatto di pomeriggi infiniti, ginocchia sbucciate, partite improvvisate in strada, biciclette lasciate cadere sull’asfalto e amici che bastavano a riempire giornate intere. Ogni due anni, poi, arrivava anche il calcio dei grandi appuntamenti. Mondiali ed Europei erano molto più di una competizione sportiva: scandivano il tempo, diventavano un rito collettivo, un linguaggio comune che univa intere generazioni.
Non è nostalgia per il passato. È una domanda che continua a tornare, ostinata: che cosa è andato storto?
La risposta più semplice sarebbe dare la colpa agli smartphone, ai social network o a una società che corre troppo in fretta. Ma sarebbe una scorciatoia. Il problema è molto più profondo. Se oggi tornassi ad avere dieci o quindici anni, quelle due certezze non esisterebbero più.
La prima è stata divorata dal caldo. Le estati non sono più quelle di una volta, e non perché lo dice chi rimpiange la propria infanzia. Lo dicono i termometri, le città che diventano forni, le notti in cui il sonno è un privilegio e i bollettini che, ogni anno, registrano nuovi record. Interi quartieri si svuotano nelle ore centrali della giornata, mentre milioni di persone restano chiuse in casa per sfuggire a temperature che trasformano una stagione di libertà in una sorta di arresto domiciliare climatico.
Addio calcio e giornate fuori
Eppure c’è ancora chi ride. Chi parla di cicli naturali. Chi liquida tutto come un’invenzione. I negazionisti del cambiamento climatico non sono semplicemente persone che sbagliano un’opinione. Sono individui che scelgono deliberatamente di ignorare una realtà ormai evidente, contribuendo a rallentare ogni tentativo di affrontare un problema che riguarda tutti. Continuare a negare significa regalare altro tempo all’emergenza, come se bastasse chiudere gli occhi per fermare un incendio.
Ma le responsabilità più pesanti non sono soltanto loro. I veri imputati siedono nei palazzi del potere. Governi, grandi potenze economiche, multinazionali, conferenze internazionali concluse con fotografie di gruppo e dichiarazioni solenni che troppo spesso finiscono archiviate insieme alle promesse mai mantenute. Da decenni si organizzano vertici sul clima, si fissano obiettivi, si annunciano rivoluzioni verdi. Poi, nella realtà, prevalgono gli interessi economici, le convenienze elettorali, le lobby e il timore di scontentare qualcuno.
Il risultato è davanti agli occhi di tutti. Ogni estate diventa più difficile della precedente. Gli eventi estremi non sono più eccezioni ma appuntamenti quasi prevedibili. E mentre si discute di percentuali di emissioni e strategie a lungo termine, c’è una generazione che sta perdendo il diritto di vivere la stagione più bella dell’anno come l’abbiamo vissuta noi.
La seconda certezza che si è sgretolata riguarda il calcio. Per chi era bambino negli anni Ottanta e Novanta, l’Italia rappresentava una delle nazionali più rispettate del pianeta. Vincere non era scontato, ma essere protagonisti sì. Oggi, invece, ci ritroviamo a fare i conti con una realtà difficile da accettare: tre Mondiali mancati negli ultimi dodici anni e un Europeo affrontato senza anima, senza idee, senza quella personalità che per decenni aveva contraddistinto gli Azzurri.
Cos’è andato storto
Anche qui sarebbe troppo facile prendersela con un singolo allenatore o con una generazione di calciatori. Il problema è più profondo e racconta un Paese che, in molti ambiti, sembra aver smesso di programmare il futuro, preferendo rincorrere il presente. Forse è proprio questo il filo che lega tutto. Abbiamo smesso di guardare lontano.
Lo facciamo con il clima, lasciando che siano i nostri figli e i nostri nipoti a pagare il prezzo delle nostre esitazioni. Lo facciamo nello sport, dove troppo spesso si rincorrono risultati immediati invece di costruire un progetto. Lo facciamo nella politica, nell’economia e persino nel modo in cui immaginiamo il domani.
Non provo nostalgia per il passato perché il passato fosse perfetto. Non lo era. Ogni epoca ha avuto i suoi problemi e le sue paure. Ma c’era una sensazione che oggi sembra scomparsa: la convinzione che il futuro potesse essere migliore del presente.
Oggi, invece, ci stiamo lentamente abituando all’idea opposta. Ci convinciamo che certe estati siano inevitabili, che certi fallimenti siano normali, che non ci sia più nulla da fare. È questa rassegnazione il rischio più grande. Perché il cambiamento climatico non aspetta i tempi della politica e non concede recuperi. La natura non negozia con i comunicati stampa né con i sondaggi. Presenta il conto quando decide lei. E quando arriverà definitivamente, nessuno potrà dire di non essere stato avvisato.
Carmine Gallucci
direttore@brevenews.com
Seguici anche su Facebook. Clicca qui












Aggiungi Commento