La storia di Pogo il clown, comincia con una domanda apparentemente innocua rivolta a Stephen King negli anni Ottanta e finisce per aprire uno squarcio profondo nell’immaginario collettivo americano. Quando lo scrittore spiegò che l’idea di Pennywise nacque anche ricordando il caso di John Wayne Gacy, mise in relazione due figure destinate a confondersi nella memoria pubblica: il clown della finzione e quello della cronaca. Gacy, all’epoca, era da anni nel braccio della morte in Illinois e il suo nome era già diventato sinonimo di uno dei più agghiaccianti tradimenti della fiducia sociale.
Contrariamente alla leggenda che lo ha spesso dipinto come un mostro che colpiva i bambini, John Wayne Gacy prese di mira soprattutto adolescenti. Tra il 1972 e il 1978 riuscì a violentare e uccidere almeno trentatré ragazzi senza destare sospetti, protetto da una maschera di rispettabilità costruita con cura. Imprenditore edile, attivo nella comunità, impegnato in politica e nel volontariato, Gacy era anche l’uomo che indossava il costume di Pogo il Clown per intrattenere bambini e famiglie durante eventi benefici. I suoi crimini, però, li commetteva senza trucco e senza pubblico, lontano dagli applausi.
Il crollo arrivò nel dicembre del 1980, quando la scomparsa di un quindicenne lo portò al centro di un’indagine. Gacy sapeva che la sua casa avrebbe presto rivelato ciò che aveva nascosto per anni. Prima di consegnarsi, fece una scelta che avrebbe segnato definitivamente il suo destino: tornò a casa per cambiarsi. Quando la polizia arrivò con il mandato di perquisizione, pale e picconi, iniziò a dissotterrare i corpi sepolti nel seminterrato. Sedici furono trovati subito, altri emersero negli anni successivi, in luoghi diversi, seguendo la mappa dell’orrore tracciata dall’assassino.
L’infazia
Per comprendere come Gacy sia riuscito a diventare Pogo il Clown agli occhi della comunità, bisogna tornare alla sua infanzia. Nato nel 1942 nella periferia di Chicago, crebbe in una famiglia segnata da un padre autoritario e violento. John Stanley Gacy aveva proiettato sul figlio un ideale di mascolinità rigida, che il giovane John Wayne non riuscì mai a incarnare. Timido, sovrappeso, legato alla madre, venne presto percepito come una delusione. Le punizioni fisiche e le umiliazioni verbali diventarono parte della sua quotidianità, creando un terreno fertile per un profondo conflitto interiore.
Durante l’adolescenza, Gacy cercò disperatamente di adeguarsi alle aspettative paterne, iscrivendosi ai Boy Scout e tentando di mostrarsi forte e affidabile. Allo stesso tempo, viveva pulsioni che non trovavano spazio né comprensione, come il desiderio di travestirsi e una sessualità confusa e repressa. I problemi di salute, ignorati dal padre, e i continui fallimenti scolastici contribuirono a un senso di inadeguatezza che lo spinse a fuggire di casa a vent’anni.
Dopo un breve e inquietante impiego in un’agenzia di pompe funebri a Las Vegas, terminato con un licenziamento surreale, Gacy provò a ricostruirsi un’identità. Si trasferì in Illinois, trovò lavoro, concluse gli studi e sposò Marlynn Myers. La carriera come dirigente di un ristorante Kentucky Fried Chicken e l’ingresso nella Camera di Commercio gli permisero di costruire una reputazione solida. Partecipò ad attività benefiche, si avvicinò alla politica e divenne una figura riconosciuta nella comunità locale.
Dietro questa facciata, però, si nascondeva una vita privata segnata da frustrazioni sessuali e desideri sempre più ossessivi. Le esperienze di scambismo e gli incontri segreti non placarono la sua attrazione per gli adolescenti. Nel 1967, approfittando dell’assenza della famiglia, abusò di un ragazzo di quindici anni. La denuncia portò alla sua condanna a dieci anni di carcere, ma la pena effettiva fu sorprendentemente breve: dopo appena diciotto mesi venne rilasciato per buona condotta.
Quando Pogo il Clown divenne centrale nella sua immagine pubblica
Tornato libero, Gacy riuscì ancora una volta a ricostruire tutto. Fondò una nuova impresa edile, acquistò una casa a Norwood Park e riprese le attività sociali e politiche. Fu in questo periodo che il personaggio di Pogo il Clown divenne centrale nella sua immagine pubblica. La fotografia con la First Lady Rosalynn Carter, esposta con orgoglio nel suo soggiorno, suggellava definitivamente il suo status di cittadino modello.
Mentre i vicini lo descrivevano come gentile e disponibile, Gacy aveva già iniziato a uccidere. Il primo omicidio avvenne nel 1972, seguito da una breve pausa. Dal 1975 in poi, la violenza divenne sistematica. I ragazzi venivano adescati con promesse di lavoro, ammanettati, abusati e strangolati. La maggior parte dei corpi finì sotto il pavimento della casa, trasformando il seminterrato in una fossa comune. L’odore della decomposizione suscitò sospetti, ma le spiegazioni rassicuranti di Gacy bastarono a zittire tutti.
Solo la scomparsa di Robert Piest nel dicembre del 1978 spezzò l’incantesimo. La determinazione della madre del ragazzo e l’attenzione crescente della polizia portarono alla scoperta dell’orrore. Il processo, iniziato nel 1980, smontò una dopo l’altra le strategie difensive basate su presunti disturbi mentali o incidenti durante rapporti consensuali. Gacy fu condannato a numerosi ergastoli e a diverse pene di morte.
Nel braccio della morte, trascorse quattordici anni dipingendo quadri in cui tornava ossessivamente la figura del clown. Fu giustiziato il 10 maggio 1994. La storia di Pogo il clown rimane ancora oggi un simbolo inquietante di come il male possa nascondersi dietro un sorriso, protetto dall’apparenza della normalità e dalla fiducia di un’intera comunità.
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