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Rissa nel carcere di Carandiru, la vera storia del più grande massacro nella storia penitenziaria

Rissa nel carcere di Carandiru, la vera storia del più grande massacro nella storia penitenziaria. Nel cuore di San Paolo, il 2 ottobre 1992, il carcere di Carandiru ha segnato la storia del più grande massacro nella storia penitenziaria brasiliana. La struttura, progettata per ospitare 3.250 detenuti, ne accoglieva quasi 7.000, in condizioni di sovraffollamento estremo e degrado. Oltre duemila erano ammassati nel Nono Reparto, molti dei quali in attesa di giudizio.

A dirigere l’istituto era José Ismael Pedrosa, un funzionario esperto ma controverso, lodato per la disciplina e criticato per la durezza. Fu lui a richiedere l’intervento della Polizia Militare quando una lite tra prigionieri degenerò in un disordine locale, interpretato dalle autorità come una rivolta.

Pedrosa chiese al colonnello Ubiratan Guimarães di ristabilire l’ordine. Questi schierò tre battaglioni armati con mitragliatrici, accompagnati da cani addestrati. Alle 15:30, con il carcere circondato e isolato dai giornalisti, i 341 agenti fecero irruzione aprendo il fuoco. In appena venti minuti, 111 detenuti vennero uccisi e 110 feriti. Nessun poliziotto riportò ferite. Delle vittime, 89 erano in detenzione preventiva e l’età media non superava i 22 anni. Testimonianze successive dimostrarono che non vi fu alcuna rivolta organizzata, bensì un’esecuzione sommaria.

La strage

Tra i presenti vi era il medico Drauzio Varella, che descrisse scene di panico e brutalità: agenti inesperti, immersi nel fumo, sparavano a tutto ciò che si muoveva. I sopravvissuti riferirono che molti si erano rifugiati nelle celle per sfuggire ai colpi, ma furono giustiziati sul posto. Uno di loro, Sidney Salles, raccontò di aver trasportato decine di cadaveri ammucchiati nei cortili, un ricordo che lo perseguitò per anni.

Anche il medico legale Osvaldo Negrini, primo ad accedere all’edificio dopo l’assalto, descrisse una scena apocalittica: il sangue scorreva giù per le scale come una cascata. Le sue perizie rivelarono che 85 delle 111 vittime erano state uccise a bruciapelo nelle celle. Molti colpi erano stati esplosi dalle feritoie delle porte con armi automatiche, segno di un’esecuzione deliberata. La polizia tentò di insabbiare i fatti, piazzando armi accanto ai corpi e rimuovendo i bossoli per impedire l’identificazione dei tiratori. Nonostante ciò, oltre 500 fori di proiettile furono rinvenuti sui muri.

Il procedimento giudiziario si trascinò per decenni. Solo nel 2013 furono condannati 74 agenti per la morte di 77 detenuti, con pene fino a 624 anni, ma nessuno scontò la condanna. Il colonnello Guimarães, già condannato nel 2001 a 632 anni, evitò la prigione grazie all’elezione a deputato e a un annullamento per vizi procedurali. La vendetta, tuttavia, non tardò: fu assassinato nel 2006, e poco dopo apparve sul muro della sua abitazione la scritta “Qui si fa, qui si paga”.

Ucciso anche il direttore

Anche il direttore Pedrosa trovò la morte per mano del Primeiro Comando da Capital, il gruppo criminale nato proprio nelle carceri dopo la strage. L’impunità fu consolidata nel 2022, quando il presidente Jair Bolsonaro concesse la grazia ai poliziotti condannati. Il nuovo governo Lula revocò il provvedimento, ma gli agenti restano liberi.

Il massacro di Carandiru avrebbe dovuto segnare un punto di svolta per il sistema carcerario brasiliano, spingendo verso strutture più piccole e umane. Tuttavia, trent’anni dopo, il Brasile continua a contare la terza popolazione carceraria più numerosa del mondo, con quasi 750.000 detenuti e un sovraffollamento del 55 per cento.

Il complesso di Carandiru è stato demolito nel 2002, dopo essere stato set del film omonimo di Héctor Babenco, tratto dal libro di Drauzio Varella. Ma la memoria di quella strage resta una ferita aperta nella coscienza del Brasile, simbolo di un sistema penitenziario segnato da violenza, impunità e disumanità.

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