Genoa-Napoli: la farsa di Lopez e De Rossi smascherata da un dato. Isterie e rabbia già padroni del campionato alla prima giornata. C’è voluta appena una giornata di campionato per riesumare il copione più logoro del calcio italiano: la squadra perde, l’avversario domina, i problemi sono evidenti e allora, naturalmente, la colpa diventa dell’arbitro. Non delle lacune tattiche, della scarsa qualità in campo, dell’incapacità di costruire gioco per novanta minuti. No, troppo complicato. Molto meglio aggrapparsi a un presunto fallo, trasformarlo nel delitto perfetto e uscire dal campo con l’aria di chi ha appena scoperto un complotto internazionale.
È quanto accaduto dopo Genoa-Napoli, terminata 2-0 per gli azzurri. Per oltre un’ora il Napoli ha comandato la partita, ha schiacciato gli avversari, ha costruito occasioni e ha cercato con insistenza un varco nella difesa rossoblù. Il Genoa ha avuto un avvio intenso, con un pressing aggressivo e soffocante, ma è durato circa mezz’ora. E soprattutto non ha prodotto praticamente nulla: appena due tiri in porta in tutta la gara e nessun pericolo vero per i partenopei. Poi è arrivato il gol di De Bruyne all’82esimo, seguito cinque minuti più tardi dal raddoppio di Vergara. E insieme al pallone in rete è arrivato, puntuale come una tassa, il grande alibi della serata.
Diego Lopez e Daniele De Rossi, rispettivamente direttore sportivo e allenatore del Genoa, hanno deciso infatti che il problema fondamentale della squadra non fossero i sessanta minuti abbondanti trascorsi a inseguire il Napoli, né l’incapacità di trasformare il proprio pressing iniziale in pericoli concreti, né le falle di una formazione che ha mostrato carenze importanti e preoccupanti. Il problema, secondo loro, sarebbe stato un presunto fallo nell’azione del vantaggio.
Nessun fallo di De Bruyne
Peccato che la dinamica racconti tutt’altro. Il difensore genoano si è frapposto tra pallone e portiere e, appena ha avvertito un contatto lievissimo, ha scelto di cadere come un frutto marcio dall’albero. Un contatto minimo, che non ha nulla della spinta evidente o del fallo netto. Nessun episodio clamoroso, nessuna violenza, nessun mistero da risolvere con una commissione parlamentare. Eppure da quella caduta è stata costruita una tragedia sportiva nazionale.
La parte più grave, però, non è nemmeno la protesta. Nel calcio si protesta da sempre e continuerà a farlo. Il problema è che alla prima giornata due figure che dovrebbero rappresentare la guida tecnica e sportiva di un club hanno scelto di utilizzare una polemica tutt’altro che fondata per spostare completamente il bersaglio. E qui l’alibi diventa qualcosa di molto più meschino di una semplice lamentela.
Perché i principali responsabili della sconfitta sono proprio coloro che dovrebbero spiegare perché il Genoa, dopo mezz’ora di corsa e pressing, sia progressivamente scomparso dalla partita. Dovrebbero interrogarsi sul motivo per cui la squadra abbia tirato appena due volte in porta. Dovrebbero preoccuparsi delle lacune emerse contro un Napoli che ha avuto il dominio del campo per lunghi tratti. Invece hanno preferito indicare il dito arbitrale e chiedere ai tifosi di guardare altrove.
È un modo comodissimo per mascherare il fallimento. Quando non sai spiegare perché la tua squadra non riesce a rendersi pericolosa, basta inventare un grande torto. Quando il piano partita funziona per trenta minuti e poi evapora, basta cercare un contatto. Quando gli avversari ti dominano per un’ora, puoi sempre raccontare che tutto è cambiato per colpa di un fischio mancato. Una strategia meravigliosa: perdi la partita sul campo e provi a vincere il processo nel dopopartita.
Le conseguenze
Peccato che queste sceneggiate abbiano conseguenze. Scatenare polemiche di questo genere, per di più su un episodio che difficilmente può essere definito fallo, già alla prima giornata significa gettare benzina su un movimento che non ha certo bisogno di ulteriori incendi. Significa alimentare sospetti, isterie e rabbia, offrendo ai tifosi più esasperati una giustificazione per trasformare ogni discussione in una fogna. E infatti sui social è puntualmente comparso il peggio: insulti, razzismo, ignoranza e la solita gara a chi urla più forte.
Naturalmente, la responsabilità di chi scrive quelle porcherie resta soltanto di chi le scrive. Ma chi occupa ruoli di comando dovrebbe sapere che le parole pesano e che costruire un caso inesistente può avere effetti prevedibilissimi. Soprattutto quando si parla davanti a una tifoseria già delusa dalla sconfitta.
La prima giornata avrebbe dovuto suggerire prudenza. Invece il Genoa ha già trovato il suo rifugio preferito: l’arbitro. Forse è più facile che guardarsi allo specchio e riconoscere che, al netto di trenta minuti di pressing, la squadra ha prodotto troppo poco e ha mostrato problemi che non possono essere cancellati da una caduta in area. Il campionato è appena iniziato, certo. Ma proprio per questo sarebbe stato il caso di affrontare la sconfitta con lucidità.
Invece qualcuno ha preferito l’alibi (come l’anno scorso, del resto). E quando direttore sportivo e allenatore scelgono di trasformare un episodio marginale nella spiegazione assoluta di una partita dominata dall’avversario, non stanno difendendo il Genoa: stanno semplicemente cercando di difendere se stessi (foto rappresentativa generata da IA).
Carmine Gallucci
direttore@brevenews.com
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