Alessio Boni: “Teatro Greco di Siracusa? Il vuoto durante le prove, poi la magia. Haiti mi ha colpito molto. Figli? Guai a chi me li toglie”. Alessio Boni sul Teatro Greco di Siracusa, i figli, e non solo. L’attore bergamasco, 59 anni, parla del successo de «I persiani» di Eschilo in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.
Reduce dal successo de I persiani di Eschilo al Teatro Greco di Siracusa, Alessio Boni racconta che affrontare quel palcoscenico significava misurarsi con una storia millenaria e con un’eredità artistica che incute timore. Ricorda infatti che «L’idea mi faceva molta paura. Sai che di lì sono passati i grandi autori della tragedia greca, che Eschilo l’ha rappresentata in quel teatro, dopo aver mandato a quel paese gli ateniesi ed essersi trasferito in Sicilia. Si narra che lui abbia interpretato l’ombra di Dario, il mio personaggio. Immaginatevi come stavo la sera della prima. Percorrere quelle stradine che portano ai camerini, le stesse che hanno percorso loro, con il pubblico seduto su quelle stesse pietre. E quando entri, vedi davanti a te un muro di seimila persone che ti guardano e pendono dalle tue labbra». Un impatto emotivo enorme, da restare senza fiato.
Alessio Boni: “Teatro Greco di Siracusa? Il vuoto durante le prove, poi la magia”
Durante le prove, però, qualcosa lo aveva messo ulteriormente alla prova: «Durante le prove ho perso la memoria, il vuoto. Poi, quando siamo saliti sul palco per la prima volta, ho sentito arrivare dalle pietre un’energia che mi ha invaso, mi ha reso consapevole della sacralità, del peso che aveva il teatro una volta, quando poteva cambiare il pensiero di migliaia di cittadini che assistevano alle rappresentazioni. E tu senti quella responsabilità, quella forza tramandata da 2500 anni che non puoi tradire. Quando poi arriva il pubblico — che viene da tutto il mondo, dal Canada al Giappone — sei travolto da un grande amore e ti senti accolto, prendi questa energia e la restituisci attraverso la voce. A quel punto mi sono sentito a mio agio, più erano e più energia avevo dentro di me». Un’esperienza che, più che un traguardo, rappresenta per lui un nuovo punto di partenza.
Boni spiega infatti che «Niente è mai un punto di arrivo, semmai di partenza. Ho avuto accanto a me colleghi strepitosi, a iniziare da Anna Bonaiuto e dal capitano della nave, il regista Alex Ollé, un visionario dalle idee grandiose. È stato bello fare un mese di prove con loro, hanno una visione più internazionale rispetto a quella italiana. Mi porto appresso un’emozione spaventosa: la forza degli applausi, il boato dei seimila spettatori che alla terza chiamata sul palcoscenico vengono illuminati dai fari, e tu li vedi tutti, uno per uno. Ogni sera una grande emozione». Un percorso che affonda le radici nella sua adolescenza, quando lasciò Sarnico per cercare la propria strada.
Alessio Boni: “Haiti mi ha colpito molto”
Ricorda quel periodo dicendo che «Ero un diciassettenne che sentiva tutto stretto. Facevo ragioneria serale e non mi piaceva, facevo il piastrellista con mio padre di giorno e non mi piaceva. La mentalità del paesotto bergamasco non mi piaceva, era molto chiusa, io volevo andare oltre quel ponte e mordere la nebbia, vedere cosa c’era dall’altra parte. E non sapevo che avrei fatto l’attore, non avevo velleità artistiche, era un’utopia totale. Una passione nata assistendo allo spettacolo teatrale “La gatta Cenerentola” a Roma, un’opera meravigliosa in napoletano stretto, che ho amato pur non capendo cosa dicevano grandi attori come Peppe Barra e Isa Danieli. Avessi visto un altro spettacolo forse avrei fatto altro nella vita, ma di certo non sarei rimasto a Sarnico a fare il piastrellista. Sono stato anche poliziotto e animatore turistico, è stato nei villaggi che ho scoperto che fare spettacolini, benché ilari e sempliciotti, mi piaceva».
Accanto alla carriera artistica, da quindici anni Boni sostiene Cesvi, un impegno che lo ha portato in luoghi segnati da ferite profonde. Racconta che «Tutte ti lasciano l’amaro in bocca. Sentire gli odori, vedere quegli occhi, la mancanza di latrine, di cibo, di acqua, fa la differenza. Ma devo dire che Haiti mi ha colpito molto. Dopo l’uragano c’era una tensione che si tagliava con il coltello, credo che se avessero potuto ci avrebbero ammazzati e rubato la Jeep per venderla e procurarsi del cibo. Haiti era una ferita aperta, sanguinante. Ricordo la ferocia negli sguardi dovuta proprio alla fame, al non aver più nulla: acqua, cibo, casa. Lo Stato non rispondeva ed erano troppi mesi che vivevano in quelle condizioni. Ci sono stati momenti di tensione e di paura, ogni giorno speravo che non succedesse nulla».
Alessio Boni: “Figli? Guai a chi me li toglie”
Sul fronte professionale, il futuro immediato è fitto di progetti: «Ancora cinema, televisione e teatro, al quale non rinuncio. Ho fatto un film, “L’ora di tutti”, con la regia di Stefania Rocca, nel quale sono un capitano napoletano al tempo della battaglia di Otranto; un altro film scritto da Dario Argento che si intitola “Carne della mia carne” in cui interpreto un poliziotto accanto a Ilenia Pastorelli; e un cameo nella serie tv “Maschi veri 2”, è stato divertente, mi interessava lavorare con Matteo Oleotto, un regista che stimo, e con tutto il cast. Ho appena finito di doppiare una serie con Pilar Fogliati con la regia di Davide Marengo che si intitola “Una piccola formalità”, tre puntate che vedremo questo inverno sulla Rai, e ho fatto un documentario sulla vita di Gino Paoli per RaiTre. Ora devo decidere se girare una serie tv o un film in autunno. Poi si torna a teatro con lo spettacolo dedicato a Molière, tratto da un testo di Bulgakov. La storia di un uomo di teatro totale, il racconto della sua vita, piena di successi e disillusioni, intersecata con le sue opere».
Nonostante gli impegni, la famiglia resta centrale: «Certo che sì. Stamattina abbiamo tolto le rotelline alla bicicletta di Riccardo e siamo andati a farci un giro. Lorenzo, il più grande, faceva da apripista e io chiudevo la fila. Poi siamo tornati a casa e abbiamo fatto di tutto di più in piscina. Guai a chi me li toglie. Adesso, finita l’intervista, torno da loro».
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