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Persone che si scusano troppo: l’abitudine che sembra gentilezza ma nasconde un rischio enorme

Capita sempre più spesso di osservare persone che si scusano troppo in contesti che non richiederebbero alcuna riparazione, trasformando un gesto di cortesia in un’abitudine che finisce per indebolire sicurezza personale, comunicazione professionale e percezione di sé. Una email che si apre con una formula di scuse, una riunione avviata con un tono di giustificazione o un incidente altrui che provoca un immediato “mi dispiace” sono segnali di un comportamento che, secondo diversi esperti, può diventare un riflesso automatico radicato nel tempo.

Melody Wilding, assistente sociale clinica e docente di Comportamento Umano all’Hunter College, ha analizzato questo fenomeno in un articolo pubblicato su Psychology Today, sottolineando come le scuse eccessive possano minare la credibilità di chi le pronuncia e incidere negativamente sulle prestazioni lavorative. La studiosa, che ha collaborato con l’Harvard Business Review e ha svolto attività di ricerca alla Rutgers University, evidenzia che il problema non riguarda le scuse necessarie, ma quelle che sostituiscono una risposta più precisa o servono a ridurre tensioni inesistenti.

L’origine dell’impulso

Secondo Wilding, l’origine di questo impulso può essere ricondotta all’infanzia, quando a molte persone viene insegnato che gentilezza e cortesia sono prerequisiti per essere accettati. In questo quadro, trattare bene gli altri si confonde con il compiacerli, e gli schemi appresi da bambini possono riemergere sul posto di lavoro, influenzando la capacità di affermarsi. Un’altra spiegazione riguarda l’avversione al conflitto: scusarsi diventa un modo per evitare che un problema degeneri, assumendo una responsabilità che non appartiene a chi pronuncia la frase. Questa strategia, pur sembrando utile nell’immediato, non risolve la causa del disagio e rafforza l’abitudine a cedere.

In ambito professionale, le conseguenze sono concrete. Le scuse ripetute possono trasmettere un’immagine di incompetenza, mettere a disagio colleghi e superiori e danneggiare l’autostima di chi le formula. Wilding cita l’esempio di una persona che, arrivando all’orario concordato nell’ufficio del proprio capo, apre la conversazione dicendo “Mi scusi per l’interruzione”. Una frase superflua, che può suggerire dubbi sul proprio diritto di occupare quello spazio o di richiedere attenzione. Lo stesso schema emerge quando si verifica un incidente che coinvolge qualcun altro: se un collega rovescia dei documenti, la risposta automatica “Scusa, lascia che pulisca io” confonde disponibilità e colpa.

Perdita di sincerità

Le scuse eccessive rischiano inoltre di perdere sincerità. Wilding paragona questo effetto a quello di una bugia ripetuta: quando un’espressione viene utilizzata troppo spesso, perde credibilità. Ogni “mi dispiace” aggiunto a una frase allunga il messaggio, ne offusca la chiarezza e indebolisce il valore di un’espressione che dovrebbe essere riservata ai casi di autentico danno. Col tempo, può suonare come una formula meccanica o ipocrita, influenzando la comunicazione quotidiana. Se una persona si scusa prima di esprimere un’idea, l’ascoltatore potrebbe concentrarsi sull’insicurezza trasmessa anziché sul contenuto.

Wilding evidenzia anche un possibile squilibrio di potere: se solo una persona si scusa regolarmente, il rapporto professionale può risultare compromesso. Nel caso delle donne, emerge un doppio standard: una dirigente che si scusa troppo può essere percepita come timida, mentre una che parla con fermezza rischia di essere giudicata aggressiva. Questa tensione alimenta la ricerca di convalida esterna, trasformando le scuse in una richiesta indiretta di rassicurazione.

Per interrompere il circolo vizioso, Wilding propone tre passi: esaminare le origini del comportamento, identificare i contesti che lo scatenano e sostituire le scuse ingiustificate con dichiarazioni precise. Harvard Health Publishing ricorda che le scuse sincere restano fondamentali quando esiste una reale offesa, ma devono riconoscere il dolore causato e impegnarsi a ripararlo.

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