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Pooh: “Sesso, droga e rock and roll? Solo due delle tre. Un’etichetta che ci hanno messo è pesata tanto. E sul Sanremo…”

Pooh: “Sesso, droga e rock and roll? Solo due delle tre. Un’etichetta che ci hanno messo è pesata tanto. E sul Sanremo…”. I Pooh su sesso, droga e rock and roll, l’etichetta che ha pesato tanto, Sanremo, e non solo. La storica band compie 60 anni di carriera e i protagonisti si raccontano in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

Nel ripercorrere la loro storia, i Pooh tornano alle origini del nome, nato dalla Winnie the Pooh, l’orsetto di A. A. Milne. Red Canzian ricorda come non avessero mai pensato che fosse poco adatto a una band, spiegando che «Mai pensato che fosse un nome sbagliato. Eravamo ragazzi e cercavamo un nome facile da ricordare, con qualcosa di fantastico dentro. Ce lo suggerì Aline, la segretaria inglese della nostra casa discografica. All’epoca Winnie the Pooh qui da noi non era ancora conosciuto, però “Pooh” ci sembrava un nome comunque uscito da una fiaba e, allo stesso tempo, aveva un suono internazionale, perfetto per una band. Quel piccolo orsetto ci ha accompagnato per tutta la vita e il nome era perfetto perché non raccontava chi eravamo: ci ha lasciato lo spazio per diventare quello che siamo diventati».

Guardando ai sessant’anni di carriera celebrati con il libro fotografico Banda nel vento, Roby Facchinetti sottolinea la portata del traguardo, ricordando che «Un traguardo non facile: oltre ai 60 anni ci sono anche più di 400 canzoni incise e almeno 3000 concerti con cui abbiamo attraversato l’Italia».

Pooh: “Sesso, droga e rock and roll? Solo due delle tre”

Ripensando proprio ai concerti, emerge il tema del mito “sesso, droga e rock and roll”. Red chiarisce che «Sesso, mi auguro di poter parlare anche per gli altri, sì. Droga no. Quanto a rock lo eravamo più di quanto si pensasse: la critica non ci ha perdonato il successo. avessimo fatto solo dischi come “Parsifal” saremmo ricordati come Le Orme, ma saremmo rimasti legati a un momento».

Il racconto si sposta poi sull’addio di Riccardo Fogli, spesso associato a Patty Pravo. Dodi osserva che «Forse Red direbbe merito, non colpa visto che fu la sua occasione… Con l’uscita di Riccardo temevano nella fine del sogno: era arrivato finalmente il successo dopo anni in cui avevamo tirato la cinghia». Fogli stesso ricorda i primi tempi: «Ricordo quando preparavo i panini per la band, mentre Roby e Valerio componevano le canzoni».
Roby aggiunge quanto fosse decisivo il loro essere una band di cantautori: «Credo che per noi sia stato fondamentale per andare avanti il fatto che fossimo una band di cantautori, forse la prima. Chi ci aveva preceduto interpretava spesso brani di altri autori. Appena entrato nei Pooh Valerio mi disse: “dobbiamo essere come i Beatles, la strada è quella di scrivere le nostre canzoni”. Un discorso che non dimenticherò mai e che mi trovava pienamente d’accordo visto che la mia prima canzone l’ho scritta a 11 anni».

Quando si parla di pentimento, Fogli chiarisce la sua posizione, spiegando che «Anzitutto direi che non fu colpa di Patty. Accadde perché eravamo giovani e ci fu qualche dissapore fra giovani. Rivendico il diritto di aver fatto le mie scelte umane, ma non solleverei il tappeto per cercare la polvere. Negli anni a seguire sono sempre stato felice che i miei fratelli a distanza facessero successo: non c’è mai stato rancore.
Penso solo a quanto mi sarei divertito rimanendo con loro.
Poi siamo tornati insieme e mi fa piacere che mi lascino usare il plurale. Sarà stato un disegno dall’alto»
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Roby chiude quel capitolo con una frase che sintetizza il loro legame: «Diciamo così: se l’amore chiama, è giusto rispondere».

Pooh: “Un’etichetta che ci hanno messo è pesata tanto”

La storia dei Pooh è segnata anche da addii dolorosi: quello di Fogli nel 1973, poi quello di Stefano D’Orazio nel 2009, fino alla morte di Valerio Negrini nel 2013 e di D’Orazio nel 2020. Dodi ricorda che «Già l’addio di Riccardo fu doloroso, figuriamoci quello di Stefano dopo così tanti anni. Siamo andati avanti per rispetto della nostra storia e del pubblico. La scelta non è stata né economica né di vantaggio. E quando Stefano è morto è stato un dolore immenso».
Roby confessa un rimpianto: «Ho il rimpianto di non aver insistito di più con Stefano per farlo rimanere.
Sono convinto che sarebbe ancora qui con noi»
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Red aggiunge che «Per due anni non ci abbiamo creduto», mentre Dodi ricorda un momento preciso: «E invece io credo che abbiamo insistito troppo. Mi ricordo ancora la riunione in cui stavamo studiando dei progetti per i 5 anni successivi e lui in 5 minuti ci comunicò l’idea di smettere».

Sul loro modo di prendere decisioni, spesso paragonato al consiglio di sicurezza dell’ONU, Dodi conferma che «È la verità. Siamo in grado di trovare sempre la quadra, non si arriva mai a sbattere i pugni sul tavolo. A un certo punto, quando siamo rimasti in tre dopo il ritiro di Stefano, abbiamo capito che era inutile andare avanti a botte di maggioranza. In quattro si arrivava a chiamare un tecnico o un collaboratore per rompere l’eventuale stallo. Adesso abbiamo capito che tutti devono essere felici e che se uno non è convinto, forse si può rivedere qualcosa».

La critica li ha spesso definiti melensi e poco impegnati, ma Dodi Battaglia ricorda quanto quelle parole pesassero: «Tanto. È stata una cosa per cui ho sofferto. Uno dei primi singoli, “Brennero 66”, parlava degli attentati altoatesini che ci avevano colpito… Ci sentivamo parte di una cordata che affrontava argomenti importanti. Quelle critiche però ci fecero anche da stimolo e portarono a un cambiamento. Valerio aveva impostato un percorso di crescita con testi importanti e profondi che sfociarono in “Pierre” che parlava per la prima volta di omosessualità o “Uomini soli” che raccontava di una società in cambiamento, in canzoni sullo sterminio dei nativi americani, o sulla strage di Piazza Tienanmen».

Pooh: “Sanremo? Dopo 60 anni di carriera possiamo permetterci di non sottoporci a una gara”

Arrivando a Sanremo, la loro unica partecipazione in gara nel 1990 con Uomini soli viene ricordata da Red, che racconta come «La casa discografica voleva mandarci con un’altra canzone, “Donne italiane”, un pezzo più pop. Noi scegliemmo un brano non sanremese con un matrimonio preciso fra testo e musica. Se “Uomini soli” l’avesse portata in gara uno come Roberto Vecchioni tutti si sarebbero inginocchiati, invece venne fatto passare come un testo in stile “Piccola Katy”. Era la fotografia di una società che stava cambiando e che da allora si è persa sempre di più ed è ancora più sola, in cui al posto di una chiacchierata con un amico si parla con ChatGpt».
Roby ricorda l’incontro con Dee Dee Bridgewater: «Quello con Dee Dee Bridgewater che ci accompagnò a Sanremo fu un incontro magico, sia artisticamente che personalmente. Quando la incontrammo a Roma lei ci portò la cassetta con la sua interpretazione del brano ed era preoccupata del nostro giudizio. Che umiltà. Ovviamente lei non conosceva i meccanismi del festival, la gara…. ma appena li capì mise in campo tutta la sua sensibilità. La sera della vittoria era in sala stampa, seduta in un cantuccio, a pregare per noi. Alla proclamazione abbiamo pianto insieme».

Infine, sull’idea di tornare in gara al Festival, Red chiude con una frase che sintetizza la loro storia e la loro libertà artistica: «Dopo 60 anni di carriera credo che possiamo permetterci di non doverci più sottoporre a una gara».

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